Italian poem
Poco spazio di terra
by Fulvio Testi (1593–1646)
Poco spazio di terra Lascian omai l’ambizïose moli A le rustiche marre a i curvi aratri Quasi che mover guerra Del ciel si voglia agli stellanti poli S’ergono mausolei s’alzan teatri, E si locan sotterra Fin su le soglie delle morte genti De le macchine eccelse i fondamenti. Per far di travi ignote Odorati sostegni a i tetti d’oro Si consuman d’Arabia i boschi intieri: Di marmi omai son vote Le Ligustiche vene, e i sassi loro Men belli son perchè non son stranieri: Fama han le più rimote Rupi colà de l’Africa diserta, Perché lode maggior il prezzo merta. Lucide sontuose Splendon le mura sì che vergognarsi Fan di lor povertà l’opre vetuste: D’Agate prezïose, Di sardoniche pietre ora son sparsi I pavimenti de le logge auguste. Tener le gemme ascose Son mendiche ricchezze e vili onori, Si calcano col piede ora i tesori. Cedon gli olmi e le viti A l’edre a i lauri, e fan selvagge frondi A le pallide ulive indegni oltraggi. Sol cari e sol graditi Son gli ombrosi cipressi e gl’infecondi Platani e i mai non maritati faggi. Dagli arenosi liti Trapiantanti i ginepri ispidi il crine, Che le delizie ancor stan ne le spine. Il campo ove matura Biondeggiava la messe or tutto è pieno Di rose e gigli e di viole e mirti. La feconda pianura Si fa novo diserto, e’l prato ameno Boschi a forza produce orridi ed irti. Cangia il loco natura, E del moderno ciel tal’è l’influsso, Che la sterilità diventa lusso. Non son non son già queste Di Romolo le leggi, e non fur tali O de’Fabrizi, o de’ Caton gli esempli. Ben voi fregiati aveste, O de l’alma città Numi immortali, Qual si dovea d’oro e di gemme i templi, Ma di vil canna intesto Le case furo, onde con chiome incolte I consoli di Roma uscir più volte. Oh! quanto più contento Vive lo Scita, a cui natio costume insegua d’abitar città vaganti. Van col fecondo armento Ove più fresca è l’erba e chiaro è ’l fiume Di liete piagge i cittadini erranti, Dan cento tende a cento Popoli albergo, ed è delizia immensa Succhiar rustico latte a parca mensa. Noi di barbara gente Più barbari e più folli a giusto sdegno La natura moviamo il mondo e Dio; E ne l’ozio presente Istupidito è sì l’incauto ingegno, Che tutto ha l’avvenir posto in obblío, Quasi che riverente Lunge da i tetti d’òr Morte passeggi, E ’l Ciel con noi d’eternità patteggi. E pur, Giuseppe, è vero Che di fragile vetro è nostra vita, Che più si spezza allor che più risplende. Tardo sì, ma severo Punisce il Ciel gli orgogli, e la ferita Che da lui viene inaspettata offende. Non con stil menzognero Attiche fole ora mi sogno o fingo, Le giustizie di Dio qui ti dipingo. In aureo trono assiso Coronate di gomme a mensa altera Slava de l’Asia il re superbo e folle; Il crin d’odori intriso Piovea sul volto effeminato, ed era Pion di fasto e lascivia il vestir molle; Mille di vago viso Paggi vedeansi a un solo ufficio intenti Ministrar lauti cibi in tersi argenti. Tutto ciò che di raro in ciel vola, in mar guizza, in terra vive Del convito real si scelse agli usi. Vini che lagrimaro Le viti già su le Cretensi rive Pur con prodiga man sparsi e diffusi; Nè soave nè caro Il frutto fu cui non giugnesse grido. O contraria stagione o stranio lido, Scaltro garzone intanto Per condire il piacer de la gran cena Temprò con saggia mano arpa dorata. E sì soave il canto Indi spiegò, che in Elicona appena Febo formar può melodia più grata. Ver lui sorrise alquanto L’orgoglioso tiranno, e mentre disse, Non fu chi battess’occhio o bocca aprisse. O beata, o felice La vita di colui che ’l Fato elesse A regger scettri, a sostener diademi: Vita posseditrice Di tutto il ben che nelle sfere istesse Godon lassù gli abitator supremi: Ciò ch’a Giove in ciel lice Lice anco in terra al re; con egual sorte Ambo pon dar la vita, ambo la morte. Se regolati move I suoi viaggi il sol; se l’ampio cielo Con moto eterno ognor si volve e gira; Se rugiadoso piove, S’irato freme, o senza nube e velo Di lucido seren splender si mira, Opra sol’è di Giove; Quell’è suo regno, e tributarie belle A lo sguardo divin corron le stelle. Ma se di bionde vene Gravidi i monti sono, e se di gemme Ricchi ha l’India felice antri e spelonche; Se da le salse arene Spuntan coralli, e ne l’Eoe maremme Partoriscono perle argentee conche, Son tue, Signor. Non tiene Giove imperio quaggiù: questa è la legge; Il mondo è in tuo poter, il cielo ei regge. Su dunque, o fortunati De l’Asia abitatori al nume vostro Vittime offrite e consacrate altari: Fumino d’odorati Incensi i sacri templi, e ’l secol nostro Terreno Giove a riverire impari; E tu mentre prostrati Qui t’adoriam, Signor, de’ tuoi divoti Avvezzati a gradir le preci e i voti.’ Lusingava in tal guisa Questi il tiranno, e festeggianti e liete D’ogn’intorno applaudean le turbe ignare; Quando mano improvvisa Apparve, io non so come, e la parete Scritta lasciò di queste note amare: Tu che fra canti e risa, Fra lascivie e piaceri ora ti stai, Superbissimo re, diman morrai. Tal fu ’l duro messaggio: Nè guari andò che da l’ondoso vetro Uscì Febo a cacciar l’ombra notturna: Infelice passaggio Da real trono ire a mortal feretro, Dal pranzo al rogo, e da le tazze a l’urna Così va chi mal saggio, Volgendo il tergo al ciel, sua speme fonda Ne’ beni di quaggiù lievi qual fronda.