Italian poem
Sovra porfidi eletti
by Fulvio Testi (1593–1646)
Sovra porfidi eletti, Di Dedaleo scalpel sudori illustri Non s’innalzan per me palagi aurati; Nè mi pendon da i tetti Di Menfitica man vigilie industri Porpore prezïose, ostri gemmati; Nè de i flutti beati, Onde l’uman pensiero è così vago, M’offre biondi tributi il Gange, o ’l Tago. Povero, ma sicuro Da gli sdegni del Cielo è ’l tetto umile, Ove contento a me medesmo i’vivo; Ed or che ’l verno oscuro Copre di gel la terra in vario stile Qui presso a lieto foco or canto or scrivo; E se pensier furtivo D’ambizïon tenta arrivarmi al core, Provvida rimembranza il caccia fuore. Pompe, fasti, ricchezze. Titoli, dignità, che siete alfine, Che l’uom tanto per voi sudi e s’affanni? Insipide dolcezze, Speziosi naufragi, auree ruine. Fuggitivi piacer, stabili affanni. Anch’io d’Icarii vauni Armai gli omeri un tempo; or qui m’assido, E del mio van desio meco mi rido. Pur quai saranno i voti Che de l’anno novello in su le porte Porgerò al Ciel di viva fiamma ardenti? Ch’a me gl’Indi rimoti Mandin gemme, e tesori? o che mi porte L’arabo pescator perle lucenti? Che fan gli ori e gli argenti? Trionfa in faccia al macedonio orgoglio Un nudo abitator d’angusto doglio. O Monarca superno, La cui mente il cui cenno anima e informa Ciò, ch’è dal nero abisso al ciel stellato; Che fai col ciglio eterno Tremar le sfere, a cui dai moto e norma, E sotto il piede hai la Fortuna e ’l Fato; Se ’l mio core accecato Non è da bassi affetti, odi i miei preghi, Nè a giuste voglie il tuo favor si neghi. Poscia che in Vaticano Roma dopo tant’anni alfin pur vede Regnar Virtù con moderati imperi; E fatto il Grande Urbano De le chiavi di Pier ben degno erede Volge in cor generoso almi pensieri; Tu de i disegni alteri Seconda il corso; e di sua vita adorni D’una gloria immortal prolunga i giorni. Mosse a i preghi, a l’esempio De’ Barberini eroi cristiane vele Corran de l’Asia ad espugnar la riva, E spento il popol empio, Beva con l’elmo il vincitor fedele Del Tigri prigionier l’onda cattiva; E da fè pura e viva Persuasa s’inchini un giorno ancora Al vero Dio la trionfata Aurora. A te, cui dier le stelle Grazie cotante, o de’ latini Colli Virginio inclita speme unico vanto, De le conche più belle, Che mandino i Getuli o i Tirj molli Tingasi in Vatican purpureo manto; E quei che piacquer tanto Al tuo nobile crin, Tebani allori Cedan de gli Ostri aviti a’ bei splendori. A me, ch’altro non chieggio, Conceda il Ciel che in libertà sicura Passi del viver mio l’ore serene, E mentre in carte ombreggio Di tirannica reggia alta sciagura Calchi con degno piè tragiche scene. Oh! se da voi mi viene Qualche raggio di gloria, Aonie Dive, Chi di me più felice in terra vive? Che se i Toschi teatri Appenderanno a’ miei coturni, e care Esser vedrò le mie vigilie al mondo, Di popoli idolatri Dirò stragi e mine, e di più rare Tele sarò fabbricator facondo. Ma qual lampo giocondo Mi balenò dalla sinistra? Il Cielo De’ miei voti innocenti arride al zelo. Apri, deh dunque omai Apri, o bifronte Dio l’uscio celeste Di sì liet’anno al condottier lucente; E d’insoliti rai Incoronata il crin l’Alba si deste Ad infiorar la cuna al dì nascente, Io chino e riverente Strider farò sovra gli altari accensi Mirre odorate e vaporosi incensi.