Italian poem
Le città del silenzio
LE CITTÀ DEL SILENZIO. arezzo. I. A
Non vedo Certomondo e Campaldino, né Buonconte forato nella gola. Alla tua Pieve il balestruccio vola; in San Francesco è Piero, e il suo giardino.
Non vedo nella polve i tuoi pedoni carpone sotto il ventre dei cavalli con le coltella in mano a sbudellarli.
Van sonetti del tuo Guitton, canzoni del tuo Petrarca per colline e valli; e con voce d’amore tu mi parli.
II. Bruna ti miro dall’aerea loggia che t’alzò Benedetto da Maiano. Fan ghirlanda le nubi ove Lignano e Catenaia e Pietramala poggia.
E fànnoti ghirlande i tralci a foggia di quelle, onde i tuoi vasi ornò la mano pieghevole del fìgulo pagano quando per lui vivea l’argilla roggia.
Or rivive pel mio sogno il liberto grèculo intento a figurar le tigri l’evie i tripodi i tirsi le pantere.
Arar penso i tuoi campi e, nell’aperto solco da’ buoi di Valdichiana impigri, discoprir l’ansa infranta del cratère.
III. Aste in selva, stendardi al vento, elmetti di cavalieri, Costantin securo, Massenzio in fuga, Cosra morituro, e le chiare fiumane e i cieli schietti!
Come innanzi a un giardin profondo io stetti, o Pier della Francesca, innanzi al puro fulgor de’ tuoi pennelli; e il sacro muro moveano i fiati dei pugnaci petti.
Ma il Vincitore e il Labaro e Massenzio e la bella reina d’Asia oblìa il mio cor; ché levasti più grand’ala!
Presso l’arca del crudo Pietramala vidi il fiore di Magdala, Maria. E un greco ritmo corse il pio silenzio.
IV. Forte come una Pallade senz’armi, non ella ai piè del mite Galileo
si prostrò serva, ma il furente Orfeo dissetò arso dal furor dei carmi.
Qui da tristi occhi profanata parmi, mentre a specchio del Ionio o dell’Egeo degna è che s’alzi in bianco propileo come sorella dei perfetti marmi.
Ellade eterna! Non il vaso d’olio odorifero è quel di Deianira, ov’essa chiuse il dono del Biforme?
Per lei Ristoro ode cantar le torme degli astri, come il Samio; e su la lira Guido Monaco tenta il modo eolio.
cortona I. O
come l’Etrusco orna la dolce lampa e di macigni alza la porta ingente.
Chiusa virtù d’antiche primavere, urbe di Giano, irrompe nel tuo Luca. Maravigliosamente in lui tu vigi.
Forza del mondo è il tuo robusto artiere. Sparvero come in vortice festuca i tuoi tiranni Uguccio ed Aloigi.
II. O Corito, perché la Lampa è priva di nutrimento? Io vidi messaggera, grande come Callìope, leggera come Aglaia, recar l’olio d’oliva.
Ecco, nel bronzo la Gorgóne è viva; nuota il delfino, corre la pantera; segue le melodíe di primavera Sileno su la fistola giuliva.
Bacco e gli aspetti delle Essenze ascose fan di fecondità ricco il metallo. Or versa nel suo cavo l’olio puro!
La vital Lampa in cui l’arte compose tra mostri e iddii l’Onda marina e il Phallo, tu sospendila accesa al dio futuro.
III. Dirompendo col vomere l’antica gleba etrusca il bifolco, a Sepoltaglia, all’Ossaia, la spada e la medaglia scopre laddove ondeggerà la spica.
Chi sa, nell’ansia della sua fatica sotto l’ignea fersa, non l’assaglia un sùbito furore di battaglia a trionfar la sorte sua nemica!
Muzio Atténdolo Sforza nella rovere di Cotignola gitta il suo marrello e ferrato cavalca al gran destino.
Sono le glebe tue fatte sì povere, o Italia, che non sórgavi un novello Eroe dall’aspro sangue contadino?
bergamo. I. B
quest’opere vid’io meravigliose del lene April; ma in vetta al mausoleo, tutt’oro l’arme, il gran Bartolomeo pronto imperar tra le Virtù sue spose.
Non diemmi forse l’alto Condottiere, benigno a’ suoi ed a’ nimici crudo, col suo gesto il segnal della riscossa?
Oh seme delle nostre primavere! Triplice egli ebbe nell’invitto scudo il carnal segno della maschia possa.
III. L’ombra canuta del Guerrier sovrano a Malpaga erra per la ricca loggia, mutato l’elmo nel cappuccio a foggia, tra i rimadori e i saggi in atto umano.
E tu, Bergamo, il suo sepolcro vano chiudi. Ma all’aspro vento che da Chioggia sìbila è vivo! Ancor di strage ha roggia l’unghia e la pancia il suo stallon romano.
Stretto nel pugno il fólgore di guerra, i fanti contra Galeazzo ei sferra tonando co’l mortaro e la spingarda.
Arcato il duro sopracciglio, ei guarda di su la manca spalla irta di piastra; e, bronzo in bronzo, nell’arcion s’incastra.
carrara. I. C
II. Su la piazza Alberica il solleone muto dardeggia la sua fiamma spessa; e, nel silenzio, a piè della Duchessa canta l’acqua la rauca sua canzone.
Dalla Grotta dei Corvi al Ravaccione ferve la pena e l’opera indefessa. Scendono in fila i buoi scarni lungh’essa l’arsura del petroso Carrione.
S’ode ferrata ruota strider forte sotto la mole candida che abbaglia, e il grido del bovaro furibondo,
ed echeggiar la bùccina di morte come squilla che chiami alla battaglia, e la mina rombar cupa nel fondo.
III. Arce del marmo, in te rinvenni i segni che t’impresse la forza dei Romani; sculti al sommo adorai gli Iddii pagani; e dissi: "O Roma nostra, ovunque regni!"
Dissi: “O mio cuore, or fa che tu m’insegni la rupe che foggiar volea con mani
di foco il grande Artier, sì che i lontani marinai la vedesser dai lor legni.„
E dal Sagro alla Tecchia, da Betogli al Polvaccio, da Créstola alla Mossa cercai l’arcana imagine scultoria.
Tutta l’Alpe splendea d’eterni orgogli. “O cuor„ dissi “il tuo sangue sì l’arrossa!„ E in ogni rupe vidi una Vittoria.