Italian poem
Per la gloria
Dio d’Italia, cui Dante il duro viso incotto dalla vampa dell’Inferno tende e, non vinto dal fulgore eterno, guata con occhi di rapina fiso;
Dio d’Italia, che gli uomini di parte cementarono vivo in pietre conce, il sangue cittadin con le bigonce mischiando nella calce a far lor arte;
Dio d’Italia, bellezza che il titano Michelangelo in cupola ed in volta girò, tagliò nel sasso, amò raccolta nell’ossatura del dolore umano;
Dio di gloria, tu fa questo giudicio della gloria, tu giudica di noi per la palma, considera gli eroi, guarda alla fede e pesa il sacrificio.
Dicean eglino: «Dove sono i vostri morti? Quante migliaia di migliaia falciò ne’ vostri solchi l’operaia assidua? Dove l’ugne e dove i rostri?
Dove i combattimenti disperati a corpo a corpo, lama contro lama? Chi vi devasta i campi? chi v’affama? chi vi rempie le vie di mutilati?
Avete appreso a vivere sotterra, fitti nel fango sino alla cintura? Dentro il fetore della sepoltura avete appreso a prolungar la guerra?
Avete appreso a mordere la mota? avete appreso a mordere la neve? e quando non si mangia né si beve? quando il calcio s’incrosta nella gota?
e quando non si veglia né si dorme? quando mastichi il sangue del compagno e non sai, o t’impigli nell’entragno caldo, o ti volti su qualcosa informe?
Avete appreso a riconoscer l’ombre della follia, che genera il fragore, quando si cala, giù per le gran more dei morti occhiuti, alle trincere sgombre?
Avete appreso, posti in una croce di fuoco, a mascherarvi come i mimi? a brancolar, nelle agonie sublimi, ciechi d’un pianto stupido ed atroce?
Avete appreso che la guerra è bassa bisogna, frode lùgubre, immondizia dolosa? e ch’è sigillo di giustizia lo stival lordo quando schiaccia e passa?
Dove sono le donne con nel seno due rosse piaghe, Amàzoni dell’onta? dove i validi figli con l’impronta di poltronìa, col pollice di meno?
Quante delle città vostre ridenti son arse e diroccate? quanti altari disfatti? quanti senza focolari popoli in lacrime e in stridor di denti?
Contiamo. Avete appreso ben quest’arte? Quegli che più patisce e che più dura diritto avrà di primogenitura sul gran retaggio, avrà la miglior parte.»
E si divincolavano ruggendo sotto le suola del nemico. I loro campi erano pantani roggi. L’oro colava come il sangue, ed era orrendo.
Le donne non avevano più mani da giugnere, ma moncherini oranti. Le cattedrali non avean più santi che pregassero in sommo agli archi vani.
Il fanciullo copriva il limitare, supino. La canizie pia del vecchio era dispersa là come pennecchio arido non finito di filare.
Tutte le dolci cose erano spente senza pietà. Tutte le cose sacre non erano più sacre. Il fumo acre del sangue soffocava il Dio vivente.
Rase città lungo putride gore, borghi in cenere sopra nere pozze guardava solo, irto di membra mozze e d’occhi fissi, il dementato Orrore.
L’Italia era in disparte. Taciturna volgeva la sua faccia verso il mare sùpero. Udiva il rombo aquilonare percuotere la grande Alpe notturna.
L’ombra mordeva il suo bel capo stretto fra i rostri della sua naval corona. Come chi forte nel pensier tenzona, ella anelava dal quadrato petto.
Di sé nutriva il suo divino male. Come l’eroe delle speranze inulto, parea patire un avvoltoio occulto che le rodesse il fegato immortale.
Basso intorno al suo cruccio solitario era il susurro d’un mercato immondo. Non vedea, non udia, nel suo profondo travaglio, ella. Guatava l’avversario.
E diceano i suoi blandi parasiti, diceano i delicati proci: «O fiore della terra, o benigna Italia, amore degli uomini, ubertà degli iddii miti,
o nostra grazia, o nostro eterno aroma, o nomata qual miele nella bocca, o più dolce dell’aria che ti tocca, o più bella del nome che ti noma,
qual è mai questo cupo fuoco ond’ardi negli occhi tuoi d’aquila giovinetta? Ti proteggan gli iddii, o prediletta degli iddii tutti! L’Iddio tuo ti guardi!
Cesare è cenere, e smarrito è il dado. Or sei tu osa ritentar le sorti? Né dietro a te fremono le coorti come al grifagno sul fatale guado.
Duro nemico: in vento di Croazia è polvere di guasto, afa d’incendio. Ogni bellezza ei tiene in vilipendio. Mal ti difenderebbe la tua grazia.
O nostra grazia, o balsamo giocondo per ogni cura, unguento dell’esiglio, tra tutte le contrade quale il giglio è tra le spine, voluttà del mondo,
o di noi vecchi bruna Sunamita, tu sei pur sempre tutta quanta bella, Italia! Ogni tua pietra t’ingioiella, ogni tua gleba è un ùbero di vita.
Ti spiamo di sopra alle rovine, o di noi vecchi bianca Bersabea. Chi s’ardirà con l’ispida trincea turbar l’azzurro delle tue colline?
Sèrbati a noi, sèrbati a noi perfetta pe’ lunghi ozii che a noi farà la pace candida. Non ti giova il dado audace trarre. Ma dormi su’ tuoi lauri e aspetta.»
Ella balzò con fremito selvaggio squassando la corona e la criniera, ebra di forza, ebra di primavera, ebra di morte, ebra di te, o Maggio.
O maschio Maggio, turbine solare, inno vasto di giubilo, o torrenti di giovinezza, o sùbiti torrenti di sangue, verso l’Alpe e verso il mare!
Diceva il Patto: «Dove sono i tuoi morti?» Dal Chiese gelido all’Isonzo precipitoso, nel romano bronzo ella eternava il gaudio degli eroi.
Eccoli, Dio d’Italia, i nostri morti. Li raccogliamo su le grandi cime, dove l’anima e l’aere sublime sono la solitudine dei forti.
Dio di gloria, tu fa questo giudicio della gloria, tu giudica di noi per la palma, considera gli eroi, guarda alla fede e pesa il sacrificio.
Di poi verranno i savii partitori e distribuitori della terra; sicché ciascuno, giusta la sua guerra, godrà la parte e succerà gli onori.
Ma tu fa, Dio d’Italia, che al tuo cenno gittiam nelle bilance lor cortesi un ferro ancor temibile, che pesi più della spada barbara di Brenno.