Italian poem
Per i marinai d'Italia morti in Cina
PER I MARINAI D’ITALIA MORTI IN CINA.
C
Forse i figli, forse i figli tuoi migliori, i marinai su l’acque remote, nei porti strani, gli umili tuoi figli che non sai né rivedrai, ti videro e caddero morti.
Ah ti videro più bella essi, i tuoi semplici eroi, negli ultimi palpiti sacri! Canterò oggi, per quella tua bellezza, se tu m’odi, il pianto di tutte le madri.
Ecco, una madre nell’antica Ichnusa dei pastori, nell’isola diserta che stampa sul Tirreno dalla Nurra al Campidano sua durabile orma, ecco, la madre che filò la nera e bianca lana, ecco, la madre a sera vien sulla soglia con la nuora pregna, quando le greggi tornan di pastura. Sta su la soglia con la nuora, e conta le stelle prime nell’aria serena, nell’aria dolce ove il colmigno fuma; e sta con nel suo cor la sua preghiera;
e guarda sopra i gioghi di Gallura la falce della luna che tramonta. E guarda verso il mare la Caprera ove dorme il Leone in sepoltura con un respiro che solleva l’onda; e guarda l’ombra della Maddalena, sul dolce mare un’ombra di guerriera che tutta armata a guerreggiare è pronta. E prega, ignara della sua sciagura, e prega e dice: “Chi me l’assicura? Tu, Vergine Maria, Vergine pura, tu guardalo dal male e tu l’aiuta! T’accenderò quant’io potrò di cera, quant’io potrò d’oliva, se sventura non gli accade, se salvo mi ritorna. Guardalo, Vergine, alla madre sua, guardalo alla sua madre e alla sua donna. Dov’è, dov’è? Che fa egli a quest’ora, il buono figliuol mio, mentre che annotta? Lo rivedemmo ch’era primavera. La rondine non era anco venuta. Giunse improvviso, giunsemi alla porta gridando: “O madre, o madre, apri la porta!„ Eri al telaio sotto la lucerna...„ A lungo a lungo ella così racconta al cuore che ben sa, che ben ricorda,
che ben ricorda ch’era primavera. Così racconta la madre canuta; e guarda sopra i gioghi di Gallura la falce della luna che tramonta; e guarda verso il mare la Caprera ove dorme il Leone in sepoltura con un respiro che solleva l’onda. E un’altra madre viene su la soglia d’un’altra casa e guarda un’altra altura e un altro mare, il mar di Siracusa e l’Etna grande che nell’ombra fuma; e prega in cuore e dice: “O creatura del sangue mio, quando ti rivedrò?„ Odorano le selve alla riviera con frutta d’oro; cantano alla luna le ciurme prima ch’ella si nasconda: trema la rete, palpita la vela. E un’altra madre viene su la soglia d’un’altra casa, là nella remota Italia, là sul Garda ove Peschiera sorge custode nella sua cintura forte, ove il Mincio memore saluta i campi di battaglia. E un’altra ancora prega in silenzio e guarda la pianura tra l’Oglio e l’Adda ove la primavera fu cerula di molto lino. E ancora
un'altra prega dalla pampinosa rama dei Monti d’Alba, dalla volsca Velletri che disotto le sue mura vide un mattino tempestar fra l’onda dei cavalli il Leone ebro di Roma. E un’altra ancora sta su la picena spiaggia, di là dal Tronto, e si ricorda del bel naviglio che la prima volta portò il fanciullo a Spàlato, a Gravosa, a Sebenico, alla latina sponda cui San Marco legò la sua galera; e prega in cuore e dice: “O creatura delle mie pene, non ti rivedrò?„ Sì penano le madri in su la sera al novilunio, alla dolce frescura. E non, di qua dal Tronto, nella terra d’Abruzzi, nella terra ove riposano i miei maggiori con la rugginosa àncora di speranza e di fortuna, non prega qualche madre per ventura guardando su la placida Maiella tramontare la falce della luna? Guarda greggi passare ad una ad una lungh’esso il lito andando alla pianura dell’Apulia, ai lor paschi, dall’altura del Sannio che laggiù si fa nevosa;
migrar le greggi per la via saputa dai primi avi la madre guarda, muta presso la casa ove restò la cuna antica per la nova genitura, la madre veneranda cui virtù di nostra prima gente in grembo dura; e prega in cuore e dice: “O creatura, creatura, che fai mentre che annotta? Se sei grondante, ora chi ti rasciuga? Forse hai tu sete, e la vigna ha tanta uva! Figlio, che fai? Pensi alla madre tua? Pensi alla madre tua che non t’aiuta?„ E guarda pel sentiere che s’oscura, e il cor le stringe sùbita paura. Tramontata è la falce della luna; nell’ombra intorno altro non v’è che luca se non il ferro pronto all’aratura. È il mésso quei che per l’erta s’indugia? Gran silenzio negli alberi s’aduna. La madre ascolta, non respira più. S’ode il campano in lontananza ancóra, della greggia che valica la duna; s’ode il passo per l’erta che s’oscura. La madre attende, non palpita più.
Morti sono i figli, morti
sono i figli, morti sono i figli alla guerra lontana. Pochi erano contro molti. Essi avean pel suolo ignoto lasciata la nave lontana.
Morti come sopra il ponte della nave, come sanno marinai dovunque morire. Non il fiume, non il monte, non il piano, essi non hanno veduto la casa e il confine.
Veduto non han Gallura né il Mar Ligure né l’Adria morendo su l’orride porte, ma veduto han la figura grande e sola della Patria risplendere sopra la morte.
Veduto non hanno i Monti d’Alba o l’Etna, non Peschiera né il Garda, ma l’unica Italia. Morti sono i figli, morti sono intorno alla bandiera d’Italia d’Italia d’Italia.