Italian poem
Per i combattenti
Signor di sangue, Dio dei combattenti, non a te supplichiamo con la faccia alzata, non leviamo noi le braccia verso te, non gli altari tuoi cruenti
serviamo con le man protese o giunte né ti cerchiamo noi con la preghiera nostra nei luoghi altissimi, di sfera in sfera, tra le tue falangi assunte;
ma ci prostriamo con la fronte bassa, ma contro il suolo noi poniam la fronte nuda, poniamo il viso nelle impronte umili, il fiato dove il piede passa,
c’inginocchiamo, o Dio della battaglia. dove la Patria è nostra, nella mota, nell’erba, nella strada che la ruota solca, nel campo che l’aratro taglia,
dove la zolla è come nostra polpa, dove il fiore è un pensiero di mill’anni intimo e fresco in noi come gli affanni segreti dell’infanzia senza colpa,
dove la foglia è un cuore che si frange, dove il sasso è la vertebra scolpita d’una potenza che in un’altra vita fu nostra, dove tutto parla e piange,
dove tutto per noi ricorda e spera, dove a noi l’acqua è lacrime e rugiade, dov’è l’autunno tutto quel che cade di noi tristi, dov’è la primavera
tutto quel che di noi si rinnovella e gemma e fa di noi virgulto e ramo; quivi, Signore Iddio, c’inginocchiamo quivi chiniam la fronte, ch’è più bella;
perché, Nostro Signore, non nei cieli sei ma sotterra sei, ma sei profondo nel nero suolo, occulto sei nel mondo di giù, Dio che col fuoco ti riveli;
e non hai cura delle tue felici selve, non nutri il seme, non concedi al germe il fimo fendere, ma i piedi dei combattenti sono le radici
della tua primavera annunziata dall’Arcangelo, i piedi dolorosi dei combattenti, i piedi sanguinosi dei figli nella terra insanguinata,
Signor di sangue, e tutto il lor dolore e nella terra una fecondità per sempre, nella terra una bontà per sempre, un spino, un eternale ardore.
Udimmo i loro gridi nella notte, udimmo i loro canti nel mattino pieni del grande zefiro latino come vele tesate dalle scotte.
Ascoltammo nell’alba dell’insonne urbe, nell’ora della tua rugiada, crescere l’inno e rimbombar la strada sotto lo scalpitìio delle colonne.
Il cuore delle madri coraggiose rosso balzava innanzi al lor coraggio, ed era un sole più che il sol di maggio fervido; e il nido al chiaro inno rispose.
S’oscuraron nell’ombra tutti i marmi, risplendettero tutte le fucine. Le città ridivennero eroine fumide, ansarono: Armi! Armi! Armi!
Le città ebber l’anima d’acciaio sfavillanti d’acerrimo travaglio. Taluna fu dismisurato maglio; taluna, innumerevole telaio.
Ed eglino passavano cantando per le diritte vie, verso le porte: prima la Gloria ed ultima la Morte, duce e seguace. Ed era il primo bando.
Erano i primigeniti del sole, erano le primizie, eran le offerte virginee, le vittime più certe, Signor di sangue, la più maschia prole.
Erano l’ostie ai sacrifici tuoi su gli altari terribili dei monti, grandeggiando da tutti gli orizzonti la madre delle messi e degli eroi;
ché, ubertà di Dio, lungo le strade degli eserciti già spigava il grano alto e vedeasi contra il flutto umano ripalpitare l’onda delle biade,
e la madre era bella come i figli, era la prole come le colline e le ripe, era bella come il crine dell’alpe, come il grano e come i gigli.
Ed era il sogno simile alla vita com’è simile al mosto il sangue ardente, quando il genio di tutta la tua gente raggiò dalla primissima ferita.
Il valor rise come il fiore sboccia. Ala, una città presa per amore! E l’eroe d’Ala avea nome Cantore! E il suo canto è scolpito nella roccia.
Ma dall’immondo Barbaro la viva guerra sepolta fu come carogna truce, posta a marcire nella fogna buia, stivata nell’orrenda stiva,
soffocata nel tossico fumante e rituffata nella lorda pozza come quell’ira che del fango ingozza nello Stige implacabile di Dante.
E i figli dell’ulivo e della spica, i chiari primigeniti del sole, scesero giù nelle maligne gole a consumar la lùgubre fatica.
Quegli che avea sospeso le ghirlande dei pampini all’amico olmo soavi, assi aguzzò, ficcò pali, ugnò travi, costrusse il suo sepolcro ognor più grande.
Quegli che a’ poggi avea falciato il caldo fieno e negli orti munto l’alveare, sacchi empié, more alzò, cementò ghiare, costrusse il suo sepolcro ognor più saldo.
E la divinità era presente. Ogni moggio di fresca terra offerto era al genio di Roma, al giorno certo. E seco ebbe i penati il combattente.
Il ciel del Palatino ebber gli eroi su l’ira, il tempio aereo che il vate segnava con la verga adunca (alate armi parvero stormi d’avvoltoi),
quando giù nelle fosse un furibondo grido fendé le tuniche di loto intorno ai petti; e l’impeto devoto balzò, irto di cuori, dal profondo.
Impeto, primogenito del fuoco, spirito dell’incendio e della piena, più celere del grido che ti sfrena subitamente al dubitoso giuoco;
Impeto, condottiere dell’assalto disperato, che cozzi con la fronte e tanto hai più di lena quanto il monte è più nudo, più ripido e più alto;
Impeto, ghermitor della fortuna improvviso, che sì l’insegui e serti con la punta alle reni e sì l’afferri a’ capegli e non hai pietà veruna,
demone della nostra lotta, gloria a te che su la guerra seppellita sol per noi rilampeggi e con l’ignita bocca avvampi le penne alla Vittoria!