Italian poem
Per i cittadini
Quando la notte cade su la città che strascica l’arsura della fatica pei labirinti delle sue contrade, e nella casa amica è la lampada accesa da man pura, e tra le quattro mura il silenzio si fa ne’ cuori attenti, e l’imagine cara della Patria viene e trema nel cerchio del chiarore, e tu senti sgorgare il sangue suo presso e lontano ed una santità gli occhi ti vela che non è pianto ed è più che dolore, e nell’anima tua stilla quel sangue, gronda quel sangue sopra la tua mano: quivi è l’Iddio verace, e sia lodato.
Quando si leva l’alba dei guerrieri su la città di cenere ove il passo dei primi artieri è come d’avanguardia scalpitare, e tu ansi nel mare dei sogni con un’ansia in cuor confusa, e all’anima socchiusa ecco t’appare più vicina dei sogni la trincea tetra, la penosa bolgia, tra maceria e steccaia il fango imputridito le piaghe non fasciate i morti non sepolti gli smorti vólti dei vivi senza sonno fitti nel limo sino all’anguinaia, e il cuor ti morde l’onta, e balzi in piedi, e l’anima t’è pronta ad ogni evento ad ogni prova ad ogni dono, e tutto armato di dolor t’avanzi ed imprendi, nel giorno che t’è innanzi,
il taciturno tuo combattimento: quivi è l’Iddio verace, e sia lodato.
Quando la donna veglia senza velo, bontà senza figura, le piaghe in carne viva, ardendo come lampada votiva sotto la bianca volta; quand’ella ascolta l’agonia che sorride favellando a un’imagine futura immortalmente; quando al ferro che incide e che recide ella in silenzio il dolce paziente porge con cuor che trema e man sicura, senza battere gli occhi; quando i ginocchi ella piega e le tempie alate abbassa, sostenenendo il bacino che del sangue fraterno e del muto supplizio si riempie, ma nell’ombra del suo
carnal pallore il confino dell’anima trapassa per amor dell’amore sempiterno: quivi è l’Iddio verace, e sia lodato.
Quando ella fila la bianca lana e col fil bigio agucchia, e non canta ma pensa al combattente che nell’alpe immensa è bianco su la neve ch’egli ammucchia dinanzi alla sua fossa, o prega per colui che nella tana cupa ha il colore della terra smossa, il color che le scorre tra le dita leni di maglia in maglia; e nel rombo del cuore ascolta ella il fragor della battaglia cieca e lontana, su la malga lontana vede ella d’improvviso la ferita schiudersi nella neve che s’arrossa o mescolarsi al fango scalpitato che la corrompe, e il filo bianco torce col suo cuore
palpitante ella e il bigio conduce col suo cuore vigilante ella, e un prodigio di carità trasfonde nella lana il calor del focolare, nella lana la tempra dell’usbergo: quivi è l’Iddio verace, e sia lodato.
Quando colui che perse il figliuol primo bevuto sino all’ultima sua stilla dal sitibondo Carso che mai non si disseta, e il suo secondo ne’ ghiacciai scomparso di là da quella mèta che si trapassa per non ritornare, e il terzo sul calcàre candido come ossame al gelo della luna, riverso, incoronato con le spine di ferro ch’ei tagliò tra legno e legno confitti come croce al sacrificio dell’eroe sovrumano; quando colui non piange né dà segno
di lacrime ma pone la sua mano su la spalla dell’ultimo suo nato, su l’omero del fresco adolescente fulgido di bellissimo dolore, che ricevuto ha in sé la grazia e il sangue dei suoi fratelli e il fiato come se dentro il calice d’un fiore si celebrasse nova eucaristia; quando colui non piange ma per via con la man dolcemente sospinge il giovinetto e l’accompagna e l’offre e lo sacrifica e lo dona e dice all’Indicibile «Perdona se più non ho che questo, ma questo prendi e me con lui se valgo»: quivi è l’Iddio verace, e sia lodato.
Quando il ricco ha rossore degli agi suoi, e non s’indugia a mensa né poltrisce, se pensa che alcun del sangue suo ha per tovaglia il sacco o la fascina, ha per coltre la melma febbricosa nella fossa che pute;
né si riscalda al ceppo sfavillante che croscia su gli alari, perché sogna le bianche sentinelle perdute nei deserti di neve, nella cerchia dei picchi invitti come il diamante, ai limitari della bàite irsute che la sizza scoperchia, al sommo della rupe onde non più discende chi vi sale; ma rinunzia egli i beni ed è l’eguale del povero che offre tutto che strappa alla fatica dura e il ben senza figura riceve in abondanza per solo amore dell’amor che soffre: quivi è l’Iddio verace, e sia lodato.
Quando la vecchia inferma e triste e sola, che logora con gli ossi delle dita le lente avemarie senza parola tra morte e vita nella sua stanza fredda come la soglia del sepolcro, pensa
che le rimane un’ultima reliquia d’oro consunto, forse nel mondo l’ultimo suo pane, e si leva e s’affanna e la ritrova, ed oblia la dimane poi che il suo vespro è giunto; ed esce, quasi cieca, per l’incerta via seguitando il suon delle campane, la melodia di Cristo antica e nova; ed in silenzio reca quell’offerta all’urna che non parla; e poi torna nell’ombra per morire, e l’angelo è nell’ombra ad aspettarla; ed un alito fresco come canto novello allevia la parete, che dispare; e nella povertà di san Francesco, nella felicità del Poverello, ella non ha più fame né più sete; e l’angelo sommesso le ripete il canto del Beato «Ma chi è dato più non si può dare. Vivi morendo in pace»: quivi è l’Iddio verace, e sia lodato