Italian poem
Pel Generalissimo
Questi, che vedi curvo su le carte, nel più duro granito del Verbano tagliato e scarpellato fu, di mano di maestro; e il vigor soverchiò l’arte.
La sua chiusa virtù, che par novella, nella tenacia dell’antica schiatta usa a fare e patire, assuefatta ad attendere in fede la sua stella,
si foggiò per i secoli, celato diamante che incudine non doma. V’incise il segno mistico di Roma, Dio d’Italia, l’acume del tuo fato.
Guarda il suo maschio vólto dove l’orma del tempo e il solco dello studio scava nella tristezza della carne ignava e trova l’osso che non si difforma.
Conta le sue fatiche a ruga a ruga, novera gli anni suoi, segno per segno: giovine il teschio vige, quasi ordegno di quella volontà che il cor gli fruga.
Non meno adunco vomere mordea la fronte di quel giusto che l’obbrobrio cinse; ma v’era incancellato il sobrio eroe di Maratona e di Platea.
Guarda la sua mascella che tien fermo, guarda severità della sua bocca onde il comando ed il castigo scocca, e il lampo a cui la pàlpebra fa schermo
gravata sopra il chiaro occhio che scaglia l’anima al segno e il tratto non misura. Sempre in tutt’arme egli è senza armatura. Tutta nel pugno nudo ha la battaglia.
Quel condottiere che dal piedestallo la morta riva domina in Vinegia minacciata dal barbaro e dispregia la minaccia del ciel, solo, a cavallo,
Bartolomeo grifagno come Dante che converso abbia in elmo il suo cappuccio a gote, chiuso in piastra il suo corruccio, preso a trattar cavalleggiere e fante,
tu lo vedi al segnale delle trombe sollevare e sferrare i battaglioni come balestra lancia i suoi bolzoni, come mortaio lancia le sue bombe.
Tal questi, senz’arcione ma più grande, senza gesto né grido, solo armato del suo tacito genio e del suo fato, amplia la forza che quel bronzo spande.
Egli ha mura da prendere, fiumane da valicare e gioghi e vette e gole, ghiacciai deserti, valli senza sole, fosche petraie, squallide biancane.
Vigila ai ponti dell’Isonzo; a Plezzo tuona; a Tolmino folgora; tien Plava e la vetta, Voraia e il passo; scava la trincea nella neve ed issa il pezzo.
Gorizia in cor gli crolla. Il Carso gronda sangue inesausto nel suo petto. Tutta la terra combattuta, arsa e distrutta, dentro gli sorge, dentro gli sprofonda.
La malga e il picco, il botro e la laguna, la roccia e il muro, l’argine e la fossa vivono in lui come le vene e l’ossa, come i disegni della sua fortuna.
Egli è la terra ed è l’assalitore. E la forza degli uomini respira in lui, palpita in lui, freme e s’adira, giubila e canta in lui, combatte e muore.
Verso tutte le cime della gloria egli la incalza. Ecco, subitamente il suo pensiero si fa carne ardente, grido e strage si fa, morte e vittoria.
Tutte le notti dallo Stelvio al Carso la gran barra di fuoco arde e risuona. Egli la sua certezza ne incorona, la sua certezza in te, Dio ricomparso.
O Dio d’Italia, tieni la tua mano su questa fronte che facesti dura più delle fronti loro. Egli ti giura che tanto sangue non t’è dato invano.
Egli si prostra come il donatore che giugnea le manopole di maglia in atto pio, nel cuor della battaglia avendo colto un portentoso fiore.
La sua casa egli pensa sul suo lago quieta, dove per la porta adorna d’una ghirlanda il terzo dei Cadorna rientrerà, sol di silenzii pago,
e innanzi alle due mute Ombre severe scioglierà gli alti vóti, i grandi fati adempirà, l’isole dei beati quivi splendendo nell’albor leggiere.
O Dio, per questo duce che ci spezza il tuo pane, io ti prego che tu m’oda. Acùmina la sua certezza, e inchioda nei nostri petti, o Dio, la sua certezza.