Italian poem
Chi è costui, che avvinto
Chi è costui, che avvinto Le nude braccia a duri tronchi alpestri Immobile sostien d’archi silvestri Tanti pennuti strali? Ei d’ampio sangue ribagnato e tinto Sta palpitando a morte, Ma pur costante e forte D’alto silenzio in sofferir suoi mali: Qual de’ tempj immortali Con destra empia superba Egli distrusse ed arse? Qual altrui sangue sparse Di ria ferita acerba? Quale al fin furto, e qual rapina il mena, O qual bestemmia all’esecrabil pena? Ahi, che nè furto indegno, Nè colpa sua, nè suo fallir l’ancide; Giovine, ove del ciel la gloria vide, Ratto le si converse; Quinci d’aspro Tiranno empio disdegno Così proruppe ardente, Che gli fermò repente Il puro fianco alle quadrella avverse. Vergini Ninfe asperse I biondissimi crini Dell’Idumeo Giordano, Ora s’armi la mano De’ vostri archi divini; Tendete Arciere d’ammirabil canto Musici dardi al saettato Santo. Qual di Sionne il monte, Tale è colui, che nel gran Dio confida: Chi di Gerusalem dentro s’annida, Mai non movrà le piante: Luce al prudente sapïenza in fronte: Ei non verrà che tema Nè per notturna tema, Nè di saetta per lo dì volante; Non scolorì il sembiante Mirando Alma devota Apparecchiar macello Or di crudo coltello, Or d’infocata rota, E tutta in opra la milizia inferna: Chè il Giusto fia nella memoria eterna.