Italian poem
Con la scorta possente
Con la scorta possente Delle Muse immortali Alti alberghi reali Io trascorsi sovente: Ivi d’oro lucente Vidi coperte fiammeggiar le mura, E con vaghi colori Ingannar gli occhi altrui nobil pittura. Vidi eccelsi lavori In marmi peregrini, E con arte infinita Dar sembianza di vita A dari sassi alpini. Ivi pur gli occhi miei Ben sovente ammiraro Allor che rimiraro Altissimi Imenei. Cetre di novi Orfei Alle vestigia altrui volgeano il freno; E femminil beltate Altrui spargea di care fiamme il seno; Bionde chiome gemmate, E di vivo ostro aspersi Bei sorrisi cortesi Foco di guardi accesi, Miracolo a vedersi. O lucid’acque e vive Del real Mincio ombroso, O d’Arno glorïoso Incliti Numi e Dive, Qual sulle vostre rive Già vidi ornarsi e passeggiar destrieri? E ’n simulati assalti Quaggiù governa i regni. Pur sazio il guardo mio Quai vidi aste vibrar veri guerrieri? Vidi fra gemme e smalti Così splendere un giorno Ampi teatri egregi, Che d’ogni antico i fregi Volano meno intorno. Ivi non pur sul mare Mosse finto Aquilone, Ma dell’alma Giunone Le nubi or fosche, or chiare: Ivi siccome appare Del Gange uscendo a seminar rugiade Sorse bugiarda Aurora E del cielo illustrò l’alme contrade; Così forte avvalora I peregrini ingegni Nel corpo infermo e frale, Se destra liberale Quaggiù governa i regni. Pur sazio il guardo mio Di pompa e d’alterezza, Or solamente apprezza Non superbo disío: Corso di puro rio, Che serpeggiando lava erma campagna, Par, ch’oggi a sè mi chiami, E rosignuol, che sul mattin si lagna Entro selvaggi rami. Deh chi mi scorge dove Io goda ombre romite? E piagge colorite? E fresche erbette e nove? Ove d’Arcadia i monti, Desiderate sedi Dalle città, miei piedi A colà gir son pronti: Tu, che gli Aonii fonti Governi Euterpe, d’Aganippe l’onde, Additami il sentiero; Sì dico, ed a’ miei detti ella risponde: Dolce e gentil pensiero, Fedel, t’infiamma il petto; Alla virtude odiata Piaggia disabitata È ben grato ricetto. Da che ferro ed acciaro Divenne infra la gente Quel primo oro lucente A rimembrar sì caro, Intra i boschi volaro Pace ed Amore, e ratto seco insieme Tranquillità sen venne; Indi conforto, e non frodata speme Seco spiegò le penne, Sì tra foreste oscure Stansi le Dee giojose Per l’anime orgogliose Mal note, e ben sicure. Or s’al vulgo nemico Le pompe a dietro lassi, Governerà tuoi passi Spirto di Febo amico, Chiaro per sangue antico, Fulgida stella alla Liguria splende; E su leggiadre piume Contro le nubi inverso il cielo ascende, E suo gentil costume Di dolci preghi al suono Pronta porger la mano, Ed io nel corso umano Giammai non l’abbandono.