Italian poem
Heu pudor
Mènte chi dice ch’ove il core avvampa, Secondi l’aura de l’acceso ingegno. Avrei ben io d’infame eterna stampa Segnato in fronte questo gregge indegno.
Feroce forse come il tuo m’accampa, Dante padre, nel cuore odio e disdegno; Ma chiusa rugge la vorace vampa Me distruggendo, e mai non giunge al segno.
Altri laghi di pegola, addensata Di serpenti di mostri e dimon duri Altra e duplice bolgia avrei scavata;
E v’avrei co’ suoi monti e co’ suoi muri, Come uno straccio lurido, gettata Questa terra di Fucci e di Bonturi.
No. Vanni Fucci in faccia a Dio rubava Con la bestemmia in bocca e in fronte il riso, Ribadito di serpi egli squadrava Da l’inferno le fiche al paradiso:
Il poco pan che del suo pianto lava Ed è nel sangue de’ suoi figli intriso Voi rubate a la patria, e poi con brava Lingua sputate a lei virtú su ’l viso.
Le case de’ nemici al sol lucente, Con la face a una man, ne l’altra i dardi. Vanni Fucci cercò superbamente:
Voi, ne la chiusa notte, a passi tardi, Ferite al canto; voi da l’aurea lente Piccioletti ladruncoli bastardi.
Da le tombe del pian che aprile infiora E da i monti che batte il verno immite E da quelle che il mar cuopre e colora, Morti d’Italia, venite, venite!
Mirate, o morti: il sangue vostro irrora, Ricadendo aureo nembo, a lor le vite; Empie a’ lenoni il ventre e rincolora Le rose a’ ludi de l’amor sfiorite.
Mirate, o morti: ei fûr che la vittoria Vi contesero un giorno, e, candid’ossa, Sol del martirio avvolge voi la gloria:
Ora di lor viltà ne l’ardua possa, Ora sfidando i popoli e la storia, Ora barattan su la vostra fossa.
Ogni uom v’è barattier fuor che Bonturo; Del no, per li denar, vi si fa ita. Dante, Inf. XXI, 41.
Ladro alla sagrestia de’ belli arredi, E falsamente già fu opposto altrui, Dante, Inf. XXIV, 138,