Versos Italian Giosuè Carducci I vóti

Italian poem

I vóti

by

Listen in the reader

Che prega il vate, il libero Vate che prega e vuole, Adorno in veste candida, Vòlto al nascente sole; Mentre Glicera unanime, Cui le Grazie educaro al mite amor, Con pia cura a i domestici Numi il votivo altare ombra di fior?

Che a gli agi suoi rinnovino Ben cento solchi i duri Giovenchi? o ver che fervida Vendemmia gli maturi Dove tepe la ligure Maremma e verna il suo paterno mar E dove gli avi improvvidi Né un avel di famiglia a lui lasciâr?

Altri il crociato orgoglio Tra un aureo vulgo estolla, E i vili ozi gli prosperi La mal redata zolla. A me sorrida un tenue Lare e l’italo bacco empia il bicchier Tra gli amici che liberi Assentano fremendo al carme auster.

Non io vorrò che facili Pieghin le orecchie altiere I grandi al carezzevole Suon de le mie preghiere: Non io libare a l’aureo Pluto da la febea tazza vorrò, E non le muse indocili Fra i lusingati prandi inebrierò.

Prego: de’ serti lirici Se me la patria Serra Degno produsse; e il fremito Del mar tósco, e la terra Dove in gran solitudine L’ombra di Populonia e il nome sta, Aspro garzone crebbero Me tra i fantasmi de l’antica età;

Prego: a la sacra Italia Suoni il mio carme, e fiero Surga ne l’ira, vindice Del romuleo pensiero. Che se ne’ campi memori De la clade che ancora ulta non fu Scenda a pugnar con impeto D’odio maturo l’itala virtú,

In me, non nato a molcere Con serva man la lira, Di tua grand’alma un’aura, Possente Alceo, respira; Allor che su la ferrea Corda battendo con la man viril Guatavi altero immobile De l’aste il flutto e il vasto impeto ostil.

Rapia la nota eolia La giovenil coorte, Che de le spose immemore Ruinava a la morte. E tu cantavi l’isole De’ beati ove il forte Ercol migrò E dove aspetta Teseo Chi la cara a la patria alma versò.

Ma il fior del sangue ellenico A te d’intorno ardenti Co’ peàna premevano I tiranni fuggenti; Poi ne la danza pirrica Scudo a scudo battendo e piè con piè Incoronâr le patere Sopra la morte di Mirsilo re.

O sacri tempi! o liberi Vati correnti in guerra, Poi tra le danze e i calici Cantanti su la terra Salvata! Oggi una pallida Nube di tedio e terra e ciel coprí, E il carme è voce inutile E il vate un’ombra de gli antichi dí.

Dunque posiam. Ma l’ozio Muto non sia né vile; Si trascorrendo liberi Per la stagion servile Mediteremo i cantici De le memori glorie e del disir, Come già i padri italici, Li sdegni e i ferri esercitando, udîr.

Salve, o mia patria! Ed arida Stia questa lingua viva, Se di te mai dimentico Son dov’io pensi o scriva. Tuo, santa patria, è l’impeto Che sale a i carmi da l’acceso cor E l’acre tedio e il fulgido Telo de l’ira e l’elegia d’amor.

Folle censore e stupido Cantor di vecchie fole Me chiami pure, o Italia, La tua diversa prole: Adulator di trepidi Liberti e vili sofi io non sarò. Che se nel reo servizio Precipitar co ’l vulgo anch’io dovrò.

Su ’l corpo mio Gliceria Sparga le care chiome E ne le insonni tenebre Chiami il mio vuoto nome, Immaturo compongami Del fratel generoso entro l’avel La madre, ed orbo vagoli Il padre infermo entro il deserto ostel.