Italian poem
Omero
. . . . . . . Tra le morti e l’alte Ruine de gli umani e lo sgomento Viaggiando la Parca, il ferreo carro Agitava la Forza; e lei reina La Vittoria seguía con il compianto De la terra e del cielo. Al doloroso Genere allora sovvenian le Muse, Care fra tutti gl’immortali e pie Divinità. Corrévate la terra Imaginando e ricordando, e tempio V’era l’uman pensiero, o pellegrine; Quando voi nel sonante etra, ne l’ampio De la luce splendor, ne la procella Che divina scoscende e i cori prostra, Prima Omero sentí. La mano ei porse A la cetra, e lo sguardo al mar di molte Isole verdi popolato, al cielo Almo su la beata Eubèa raggiante,
E a voi tessali monti esercitati Dal piè de gl’immortali. Ardea, fremea, Trasumanato, il giovinetto; e mille Di numi ombre e d’eroi nel faticato Petto surgeano a domandargli il canto.
Ed ei pregò, la genitrice Terra Molto adorando e il Cielo antico; e a’ suoi Vóti secondo te chiamò che in alto Hai sede e regni l’invernal Dodona, Giove pelasgo. E voi spesso invocando, Voi già prodotti in piú sereno giorno Eroi figli de’ numi e di tiranni Domatori e di mostri, e quei che forti Furo e co’ forti combatteano, venne Del re Pelide al tumulo. E sedeva Inneggiando, e chiamava - O crollatore Terribile de l’asta, o d’immortali Cavalli agitator, mòstrati al vate, Uom nato de la diva. Un fatal canto, Ecco, io medito a te; che n’abbian gloria Ellade e Ftia regale e d’Eaco i figli, Incremento di Giove. E, deh m’assenta Questo vóto la Parca! io ne la gloria Tua de gli elleni il bel nome disperso Raccoglierò poeta. Odo, la diva Odo: e di te la grave ira mi canta. O re Pelide, al tuo poeta mòstrati. -
Disse. E l’udia l’eroe; che da le belle Isole fortunate ove i concenti De’ vati ascolta e quanto a’ numi è caro Chi a la patria versò l’anima grande, Venne; ed in sue divine armi lucente Isfolgorava deïforme. Un sole Eran armi e sembiante; e come stella Di Giove che in sereno aere declina, Pioveagli su le spalle ampie il cimiero Flutto di chiome equine. E Omero il vide Attonito; né piú gli occhi d’Omero Vider ne i campi d’Argo il dolce sole.
Né se ’n pianse il poeta. Errò mendico (E avea ne gli occhi la stupenda forma) Il suol de i forti elleni; e le cittadi, Opra di numi, ei non vedea; sí tutte Di lor sedi erompean le achee cittadi A l’incontro del vate. Un drappelletto Di garzoni e fanciulle (avevan bianco Il vestimento e lauri in pugno avvolti De la mistica lana) intorno al vate Stringeasi con amor: — Vieni, o poeta, A i nostri numi; e i nostri avi ne canta — E l’adducean per mano. Egli passava: Gli ondeggiavan di popolo le strade; E le madri accorreano, i pargoletti Protendendo al poeta. Orava a’ numi Ne l’entrar de le porte — O dii paterni
E o dee che avete la cittade in cura, Deh guardatela molti anni a’ nepoti. — Ne l’àgora sedea, curvo a la terra Il capo venerando; e parea Giove Quando ne l’arëopago discende Da la reggia d’olimpo. Erangli intorno In su l’aste di lunga ombra appoggiati I prenci figli de gli eroi: diverso E d’infanti e di femmine e di vegli E di chiomati giovinetti un vulgo Addensato co gli omeri attendea. Stavan presenti i patrii numi: il cielo Patrio rideva in suo diffuso lume Allegrato del sol: riscintillando In vista ardea la ionia onda famosa, E biancheggiavan lunge i traci monti. Ed Omero cantò. Cantò di un nume Che in nube argentea chiuso ognora il petto Assecura de’ giusti; e come il divo Senno di Palla per cotanto mare Di perigli e di morte al caro amplesso Rudducea di Penelope a la vista De la sua cilestrina isola Ulisse. Anche, su ’l capo a gli empi assidua l’ira Minacciando ed il fato, a l’alme leggi De l’umano consorzio e a la vendetta Le deità d’averno addusse il vate Proteggitrici forze: onde solenne La ruina di Troia, e spirò il duolo
Dal tragico terrore e il miserando Edippo da le attèe scene ed Oreste Esagitaron l’anime cruente.
Ecco! gl’immoti e spenti occhi levando Nel cielo e desïando il sol che vide Le guerre sotto il sacro Ilio pugnate, Di tutto il capo alzasi il veglio; e Grecia, Senza moto e respiro, in lui riguarda. Ecco! la man su l’apollinea cetera Rapidissima batte, orride stridono Le ionie corde, i volti impallidiscono. E cantò del Tidide a tutta corsa Disfrenante su’ Dardani la biga, Dritto ei nel mezzo, e mena l’asta in volta: Caggiono i corpi: infuriano nel sangue I corridor fumanti: urla la morte Dietro l’eroe: corron le furie innanzi, Lo spavento, la fuga. E te piantato In su la nave, o re Telamoníde, Cantò; come e del gran corpo e de l’asta Grande e ben ventidue cubiti lunga Reggei lo sforzo de la pugna, ed eri Solo tu contro mille: a fronte urlavano, Accorrenti, irrompenti, risplendenti D’armi e di faci i Teucri: Ettor crollava Con man la poppa: sovra èrati Apollo E l’egida scotea: tonava il padre Da l’olimpo su’ greci: affaticato
A te cadeva il braccio, e ti battea Alto anelito i fianchi! — Oh viva, oh viva! — Gridan l’anime achive asta con asta Percotendo, e il clamor levan di guerra. Balza il poeta; e la canizie santa Scote e la fronte ampia serena, in vista Nume veracemente. — Udite, o figli: La gloria udite de la lega ellèna, Achille ftío sangue di Giove. — E disse Come d’un grido (gli splendea dal capo Di Pallade la luce) isbigottí Le dàrdane caterve; impauriti Ricalcitraro orribili i cavalli, Ed annitrendo sbaragliati i cocchi Rapivano a le mura: e qual con Csanto Fiume di Giove ei contrastasse; e come Dopo la biga, a le difese mura Intorno, egli il divin corpo di Ettorre Tre volte orribilmente istrascicasse Entro l’iliaca polve. Armi fremendo E prenci e vulgo gridano il peàna: Marte spiran gli sguardi: e tutti in cuore Già calcavan nemici, e a le paterne Are affiggean le belle armi votate. Ma pio davan le argèe vergini un pianto Su la morte di Ettorre: e chi a la cara Patria e a le spose e a’ pargoletti imbelli E a’ templi santi il suo sangue fea sacro, Gioia avea de la morte: onde nel giorno
De le battaglie infurïò tra’ Medi La virtú greca, e il nome Atene e l’ire Commise del potente Eschilo al canto.