Italian poem
LVII (POichè D. Ciccio intese…)
by Giovanni Francesco Lazzarelli (1621–1693)
POichè D. Ciccio intese Che con occulta trama Un Rivale scortese Gli avea tolta la Dama, e poichè seppe Il dove, il come, e ’l quando, Dato in mano al brando, Disse, rivolto al Servidor Giuseppe, Andiam, corpo di Bacco, A vendicar la violata fe. Armati su, vigliacco, Prendi la Spada, e ’l giacco, e vien con me. Il Montecuccoli Lasci di Treveri Omai l’assedio, E venga quà: Venga, e solleciti, E meco unitisi Abbatta, stermini Quest’empie Furie D’infedeltà. Giunto intanto là dove in vil tugurio, Per opra di benefica mezzana, Il Rival si godea La sua rapita Dea, La sua diletta Antonia, Colmo il cor d’acrimonia Intonando un olà, ch’il Ciel trafisse, Diede un calcio alla porta, e così disse: Aprite, Canaglia, Uscite Poltrone, Ch’offeso Campione Vi sfido a battaglia. Olà, genti codarde a chi dich’io? Così si tratta un Cavalier par mio? Giuro A .... Giuro A .... Ma chi sia di lor tre che primo estingua Col sangue suo la sete De la mia rabbia insana, La Meretrice, il Drudo, o la Ruffiana? Antonia, ah contro te, che sola sei La principal cagione, onde io mi doglio Contro te sola io voglio L’ira in primo sfogar de’ colpi miei. Ingrata e così presto T’uscir dalla memoria Quelle calzette gialle, Quel Veletto da spalle, E (per tacer del resto) Quell’usato guarnel, che ti donai? Perfida, or pagherai Con estremo cordoglio Delle tue colpe a questo ferro il fio. Folle, ma che dich’io? Nò, con te non la voglio, Antonia, Idolo mio: Venga, venga il ladrone, II Traditore, il fello; Esca meco a duello Colui che ti rapì. L’empio che tanto ardì, Esca, e svenato cada vittima del mio sdegno in su la strada." Ma chi benchè coperto il tergo, e’l petto Di maglia, o corsaletto Resisterebbe al saettar di quelle Ciglia crudeli, e belle De la mia dolce Antonia? E chi non mancherebbe Al dovere, al decoro, A l’Amico, alla fe Per quella faccia d’oro, Che fa col sol gilè? Se mirasse là dal Cielo Giove stesso un sì bel viso, Nauseando il P.... Di nuovo cangeria sembianza, e pelo, E tornerebbe un altra volta, e due Per così bella Vacca a farsi un Bue. Ogni error, che si faccia Per una bella faccia, per un volto adorabile, Dice il nostro Guarin ch’egli è scusabile. Dunque amico innocente, Di te più non mi dolgo, Ma tutti omai rivolgo Contro la rea mezzana i sensi miei. O cinque volte o sei Maledetta Gabrina! Tu della mia ruina Scellerata spargesti Con mercenaria mano i semi ingiusti; Empia, e tu sola fusti La spada onde trafitto Riconosce il mio cor la morte sua, Nè la colpa fu lor, Vecchia, fu tua. Che s’alla paglia la fiamma s’appiglia Non ha colpa la fiamma, nè la paglia; Ma colpa è di colui, che ’l foco piglia, E in mezzo ad essa incenditor lo scaglia. Dunque lei sola il giusto ferro assaglia, E a vendicar s’affrette In lei che sola errò, L’assassinate mie scarse gazzette. Ma così poco giro Avran le mie vendette? Dunque ad un segno solo Indrizzeranno il volo De l’ira mia le deboli saette? Oibò, vil core, oibò! Non si perdoni nò, Ma di sì reo delitto Paghi ciascun di lor la pena intera, E nel comun conflitto, Purch’il reo non si salvi, il giusto pera. Così dicea, pentito Del promesso perdono, D. Ciccio inviperito, Quando con alto suono, Ch’assordò la contrada, Sfoderata la spada, Olà (gridò di nuovo) a chi dich’io? Così si tratta un Cavalier par mio? Al rinchiuso Rival, ch’udia frattanto Con rincrescevol tedio Far sì lungo intermedio, E ripigliar le braverie da capo, Gonfiossi a segno il capo, Che per disciorre il mal sofferto assedio, Fattosi finalmente animo, e core Vestissi, aprì la porta, e balzò fuore. Ma ciò, ch’allor seguisse Di contrasti, e di risse Di paci, e giuramenti, Acciò che fra le genti Nel futuro mattino Il notturno duel non si scoprisse, Il sentirete dal Signor Savino; Ei che come vicino Per lo silenzio della notte amica Udì tutto il successo, egli vel dica. Ciascuno apprenda intanto Da la storia, ch’io canto, Di questi due ridicoli Rivali, Che quel Ciel, ch’è di sopra Vuol, che fra noi Mortali, Ciò che si fa la notte, il dì si scopra.