Italian poem
L'usignolo e i suoi rivali
Egli coglieva ed ammucchiava al suolo secche le foglie del suo marzo primo (era il suo nuovo marzo), il rosignolo,
per farsi il nido. E gorgheggiava in tanto tutto il gran giorno; e dolce più del timo e più puro dell’acqua era il suo canto.
Cantava, quando, per le valli intorno, cu... cu... sentì ripetere, cu... cu... Ecco: al cuculo egli cedette il giorno, e di giorno non volle cantar più.
Non più di giorno. Ma la notte! Appena la luna estiva, di tra l’alabastro delle rugiade, tremolò serena,
riprese il verso; e d’or in poi soltanto cantava a notte; e lucido com’astro e soave com’ombra era il suo canto.
Cantava, quando, da non so che grotte, sentì gemere, chiù... piangere, chiù... All’assïuolo egli lasciò la notte, anche la notte; e non cantò mai più.
Or nè canta nè ode: abita presso il brusìo d’una fonte e d’un cipresso.