Versos Italian Giovanni Prati Al mio futuro biografo

Italian poem

Al mio futuro biografo

by (1814–1884)

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Ahi! giá ti vedo, il volto grave di cento cose, girar su me sepolto con un cestel, non so se pien di spine o rose, per rompermi la pace, che libera e tenace sotto il mio sasso avrò.

Odi, fratello in Cristo, poche parole. E poi, risolto il dritto misto che tra me corre e te, di’ quel che diavol vuoi; ché giá, dopo le squille, parer Tersite o Achille poco importar mi dé’.

Nacqui negli ermi piani lá della mia Dasindo, de’ passeri montani al canto mattinier. Nacqui fanciul di Pindo nell’anno in che Luigi portò dentro Parigi la Carta e lo stranier.

Furono a me dilette le cacce in sull’aurora. Oh quante allodolette spiccai dall’aria a vol! E, quando sparve l’ora del garrulo trastullo, lunatico fanciullo vissi romito e sol.

Poi, faticato e lasso dal barbaro latino, di Metastasio e Tasso il canto m’arrivò; e il birbo novellino, sedendo fra le rose, strofe d’amor compose e vaghi eroi sognò.

E in quei vaneggiamenti fu al birichin palese il pomo dei parenti, che tolse loro il ciel. Biografo cortese, quel dolce frutto invoglia: chi ne beccò la foglia brama saggiarne il miel.

Se tu di carne e d’ossa quel dolce frutto amasti, confido che la fossa mi spargerai di fior. Ma, se co’ piedi casti valichi il fango nostro, cerca al tuo santo inchiostro cadavere miglior.

Ché non è uffizio pio porre il cilicio ai morti, quando aggiustâr con Dio i conti di quaggiú. Il diavolo i piú forti, in veste d’Eva, adugna. Difficile è la pugna tra il sangue e la virtú.

Confesso il peccatuccio, teco arrossendo; e giuro, senza portar cappuccio, che me ne morde il cor. Degli altri sei son puro o gli ho commessi in modo, che quasi me ne lodo, felice peccator.

Superbo, ma in cospetto delle viltá potenti. Cúpido, ma al diletto d’ogni perpetuo ver. Avaro, ma d’accenti col volgo degli sciocchi. Iroso, ma ai pidocchi del secolo banchier.

Ínvido, ma alla fama delle stupende imprese, qual chi le ammira ed ama se non le sa compir. E, se talor mi prese l’accidia della vita, qualche virtú romita la fece rifiorir.

Biografo, di questo le tavolette incidi. Poco m’importa il resto, ma pur nol tacerò. Se giudicar t’affidi le mie vergate carte, sappi dappria che l’arte del cor le immaginò.

Ella a’ dí lieti e foschi le immaginò su’ fiumi, per cieche valli, in boschi, sui monti, alle cittá; e, fin che la consumi il suo celeste foco, in ogni tempo e loco are a suoi canti avrá.

Schietta e pensosa il manto volle suo proprio. E gli occhi mai di mentito pianto né di vil riso armò. Rotte le trine e i fiocchi, onde lo stil s’ingerga, i bossoli e la verga de’ giocolier spregiò.

Biografo, non darmi nota di spirto altèro. Gl’inemendati carmi lascio emendarli a te. Ma, se t’è legge il vero, se t’è la musa amica, non sia l’amara ortica che mi germogli al piè.

Castigator discendi sulla soperchia fronda, e a lei la pira accendi; non io mi turberò. Però che, quando abbonda di bamboli l’ostello, forte, elegante e bello essere ognun non può.

Questo è il tuo dritto. Or senti una mia prece ancora. Se spento fra gli spenti non mi volesse il ciel, e qualche illustre aurora mi salutasse l’urna, non l’upupa notturna, l’infido corvo o il gel;

deh! per pietá, se al giusto travi discerni e paglie, non minacciarmi un busto, biografo gentil, ch’io non perdei battaglie non feci chiuder fòri, né sigillai gli amori in sagristia civil.

Risparmia al mio villaggio la spesa e la scultura. Egli è modesto e saggio: deh! lascialo cosí. Sfidiam la sepoltura, insiem, con due sorrisi; ché, scalpellati o incisi, giá non si torna al dí.

Poi, senza cippi ed archi, in valli ignote e cupe russano i patriarchi nudi d’orgoglio il cor. Di Leutra sulla rupe Epaminonda giace: la polvere d’Aiace stride insepolta ancor.

Dormono Omero e i bardi senz’urna, in qualche fosso; e il povero Siccardi potrebbe anch’ei dormir, senza sentirsi addosso, mercé del roman fisco, un comico obelisco, riso dell’avvenir.

Son le funeree moli cosí frequenti adesso, che un gioco di piuoli il camposanto appar. Possibile che un gesso, una pastella, un bronzo muti in Platone il bonzo in Paolo un Escobár?

Biografo, se m’ami, abbi ogni farsa a vile. Lá tra quei densi rami ti piaccia il guardo aprir. Non vedi una gentile, sotto quel salcio, sola la mia funèbre aiuola di rose ricoprir?

Ella è la dolce figlia dell’amor mio felice: è della mia famiglia quanto mi resta in don. D’una gentil radice è il solitario frutto; per me com’ella è tutto, nulla pel mondo io son.

Di quelle rose ognuna è il monumento mio; il raggio della luna n’è il tacito doppier; dei venti il mormorio della mia fama è l’eco; e che mi cal se meco perisca il mio pensier?

Ei perirá, siccome la gioia del banchetto, o su virginee chiome il serto del mattin; ma in étere piú schietto, per mondi piú sicuri spero che meco ei duri perpetuo pellegrin.

E qui la penna io pongo scherzosa e impensierita; perché quest’Io, dittongo di riso e di dolor, se parla colla vita, si sente arguto e forte; se parla colla morte, smarrisce ogni vigor.

Biografo, vorresti un ultimo consiglio? Quando degli ossi pesti il fascio io deporrò, per un granel di miglio non far necrologie, e senza udir bugie, piú cheto io dormirò.