Italian poem
Alla luna
by Giovanni Prati (1814–1884)
Chiusa in vel di puro argento, occhio e amor del firmamento, tu m’allegri, e m’impauri di tua gelida beltá. Colle lingue e coi pugnali qua si sbranano i mortali, e tu placida misuri la celeste immensitá.
Tu che varchi i mari aperti, tu che pendi sui deserti, tu che assisti a tanta guerra di superbia e di dolor; tu conosci il breve nulla, che ci attrista e ci trastulla, e passeggi sulla terra senza sdegno e senza amor.
Ben cortese e non pudica ti sognò la fola antica, e di Latmo i mirti ombrosi van parlando ancor di te, quando, languida sul petto dell’ardente giovinetto, gli recavi i gaudi ascosi d’un amor che in ciel non è.
Ma tu, strania al fallo bieco, tu ridesti il genio greco, né dell’ira il cupo istinto la vendetta t’insegnò; e sull’urne di Platea, e sui fior di Mantinea, e sui marmi di Corinto la tua luce ognor brillò.
Né giá visiti quei segni di superbi e morti regni, per un senso, qual che fosse, di tristezza o di piacer. Esser pia non ti bisogna, né tal sei. Ma tal ti sogna nelle fervide e commosse sue fantasme il passeggier.
Fredda sí, ma pur divina, la tua luce a noi s’inchina, e d’un palpito ci scote malinconico e immortal. Chi nol sente ha sterilito il pensier dell’infinito: stranio verme a cose ignote, polve ed ombra in lui preval.
Quante tele e quanti carmi tu inspirasti, e bronzi e marmi, senza amor che a noi ti stringa, tu romita in grembo al ciel! Di Simonide la lira al tuo lume ancor sospira, lá in Termopili solinga tra le querce e il venticel.
Pia non sei, ma non sei cruda tu, di sensi affatto ignuda. Pur la vergine ti manda la notturna sua canzon: parla a te del chiuso foco, di sospiri accende il loco. Ma la gelida tua landa non contrista umano suon.
Meglio a te. Se errar non godi sulle antiche ossa de’ prodi, che fregiâr d’un mondo infranto col lor sangue i vani altar; se il tuo raggio inerte scorre sovra il Libano e il Taborre, dove i cedri al fiero canto d’Isaia si conturbâr;
non udisti almen le grida del fuggiasco fratricida, né d’Abel l’estinto viso i tuoi rai contaminò; e, a Getsemani movendo, ti fu ignoto il bacio orrendo, che degli angeli il sorriso in eterno addolorò.
Ahi! quel bacio e quella piaga d’odio e sangue il mondo allaga; e tu scherzi, o fortunata, co’ tuoi raggi in mezzo ai fior, come fossero innocenti delle colpe de’ viventi. Ma la rosa anch’ella è nata rea coll’alba, e a vespro muor.
Cosí armonica e sincera tu sei lá, nella tua sfera! Sulle nozze, inconscia luna, sui ferètri egual sei tu; lá, da secoli, risplendi; nulla speri, a nulla attendi; muta al mondo, alla fortuna, al dolore e alla virtú.
Muta sempre e sempre bella, tu m’atterri, arcana stella. Ecco, in faccia al mar che romba, il Vesèvo urlando va; due cittá la lava inghiotte: tu ne illumini la notte, e d’un popolo la tomba non ti veste di pietá.
Strana dea, che valse mai por su Erina i dolci rai, sotto i platani tranquilli, meco in grembo al gelsomin? Schiava ad altri, a me rapita, ombra e pianto è la sua vita; e serena ognor tu brilli tra quei fiori e su quel crin.
Tutto muor d’umane tempre; tu sei bella e giovin sempre. Dunque il duol dell’universo ti fu sempre ignoto duol? No. Tu pur, superba dea, lá nel ciel della Giudea scolorasti, il dí che asperso d’atro sangue apparve il sol.
Quando Cristo sulle spalle tolse il legno, e ascese il calle dei tormenti, e il capo afflitto nella morte reclinò; in quell’ora irati e folti si rizzarono i sepolti, e dei vivi il gran delitto di terror ti circondò.
Forse è ver. Da quel momento ti fu dato il sentimento; e tu in ciel pensosa udisti d’ogni Solima il sospir. Forse è vero. Il cor temprando al tuo raggio arcano e blando, si può vivere men tristi, meno rei si può morir.
Cara luna, allor ch’io veggio far le stelle a te corteggio, e il tuo passo in alto preme i sentieri del Signor; teco parlo, e tu mi sveli le armonie di nuovi cieli, e la cetera mi freme di mistero e di splendor.