Italian poem
Ad un Mevio
by Giovanni Prati (1814–1884)
Mevio, chi sei che mostri le acute sanne e gridi, e in vergognosi inchiostri la monca penna intridi? Di letteraria pece, Mevio, chi mai ti fece quel borioso intonaco, che il mantel de’ gagliardi esser non so?
Bene in remota parte, cosí come al ciel piacque, splende l’altar dell’arte cinto di limpid’acque: lá, dentro le bianche ale, ha lavacro immortale. Penna di corbo aspergere mai la vivida e sacra onda non può.
Picchiati dunque il petto, e sull’incauta pesta riedi, e riporta in ghetto la dottrinal tua vesta. Garrisci a’ polli. Vano qui non si vuol baccano. Luce, parola e cantico dee salir dalla terra al Creator.
Non vedi? A te natura, con maligno apparecchio, fe’ la retina oscura, scabro e villan l’orecchio. Né sai che tutte sono miste di luce e suono le belle cose, e varcano dritto dagli occhi e dall’udito al cor.
Dimmi: in un’aura queta mai non udisti il pianto? in un gentil pianeta vedi tu rai soltanto? nel luccicar d’un’onda, nel giro d’una fronda non senti un consapevole moto lontano, che ti trae con sé?
Chi meditò non piglia di prima scorza il vero. Cercan le forti ciglia l’interior mistero. Marmo d’elette forme al mio pensier non dorme, veggo animarsi i rigidi membri, e l’ascolto favellar con me.
Tutto è diviso, e tutto una catena allaccia. Col procelloso flutto la bella Iri s’abbraccia; lá dove il serpe muore, cresce un leggiadro fiore. Ma so ben io che un simbolo strano ti parlo, e tu nol puoi sentir.
Tu sopra i vulghi spenti studi la notte e il giorno; ma l’onda dei viventi, che ti susurra intorno, cieco non guardi; e credi che l'uom, perché ha due piedi, con metro egual li eserciti sulla ripida via dell’avvenir.
Schiavo al vulgar costume sogni le etá famose, punti remoti al lume delle mutate cose. A nostra sete mille sgorgan vicine stille dai mille affetti, ond’agita natura e il fato la presente etá.
Ma tu la bocca strigni, come schifando; e bieco mastichi bile e ghigni, s’altri, di te men cieco, tuffa le labbra ardenti nei zampilli fuggenti, e sorge, e canta, incolume dai vani dardi della tua viltá.
Mevio, deponi l’arco. Lascia che ognuno a’ suoi termini corra. Il varco tu contrastar non puoi. E, giacché fosti un giorno di quella foglia adorno, onde gli argenti al novero de’ laureati legulei ti alzâr,
caccia dall'ossa, o Mevio, la letterata furia, e riconduci il devio piede alla facil curia. Adepto in sinagoga, nota, impedisci e roga; ma non enfiarti, o misero ventre di rana, se non vuoi scoppiar.
So ben che alla mia lira le molli corde ho franto, e che d’un lampo d’ira oggi è vestito il canto. Ma ogni romor disperso pel sonante universo desta il poeta, e a’ liberi moti la fantasia s’agita e va.
Se d’un notturno suono sto coll’orecchio intento all’armonia, perdóno forse al rumor del vento: ma d’un plebeo l’atroce urlo mi pone in croce, e un bilioso fremito l’anima ardente contener non sa.