Italian poem
A Vittorio Alfieri
by Giovanni Prati (1814–1884)
Macro per ira indarno de’ cittadin tuoi lassi, dall’ultim’alpc all’Arno tu tramutavi i passi, novo tribun d’Italia col suo gran fato in cor. E d’ogni terra al varco la musa ti seguia, dietro recando l’arco, donde sonante uscia fra i macerati popoli il tuo divin furor. Ma sulle tarde linfe di quel tuo secol guasto molle beltá di ninfe, lubriche nenie e fasto tenean l’imperio, e il vindice carme follia sembrò. Miseri! e allor rapita fuor dell’Ausonia imbelle quella indomabil vita, che in te fremea, le stelle d’un’altra plaga e inospite lande di mar cercò. E, galoppando in dorso de’ tuoi destrieri ardenti, mentre al furor del corso stridean divisi i venti, e capovolta in turbine parea la terra e il ciel, tu davi il varco all’ira dei generosi spirti; e al bieco voi la dira musa parea seguirti, sparte agitando all’aere le tetre chiome e il vel. E qualche volta fiso in due begli occhi altèri, lene cadea dal viso l’ira de’ tuoi pensieri. Ma pur, cedendo ai facili sogni che invia l’amor, del tuo disfatto nido la dolorosa pietá ti ripungca d’un grido, ti rivolea poeta. E tu balzavi indocile dal tuo guancial di fior; e, stretto il ferreo stile, del secolo perverso piagavi il sentir vile coll’invincibil verso, novo stridor di folgore ai troppi schiavi e ai re. E il lampo e la minaccia del genio tuo scolpisti si degli Icili in faccia che al ceffo degli Egisti; e la percossa Italia guatò, tremando, a sé. Aimè! le piaghe, ond’era tutta il bel corpo immonda! Dio! che fatai bufera, Italia mia, ti sfronda! Ecco, d’estranei militi fatta covil sei tu. Ecco di guerra un campo rese le tue contrade; tu pur ti mesci al lampo delle mal giunte spade; tu pur combatti, e un premio chiedi alla tua virtú. Libertá vuoi? venuta t’è dal di fuor giammai? Ceppo e dolor si muta, stolta! non altro, il sai; dacché quell’alpe ai cupidi il fatai varco apri. Allora in cor ti scese del tuo poeta il canto. Com’cran pie le offese sentisti, e il furor santo. Ma in te venian precipiti del tuo giudicio i di. Ed ei frcmea de’ vani suoi carmi e di tue fata, sui continenti estrani canizie inesorata! sin clic una pia memoria qua lo ritrasse ancor. Rivide i patrii fiumi, udí de’suoi la voce; e dagli stanchi lumi del pellegrin feroce forse un’ardente lacrima cadde, agonia del cor. Del cor, che afflitto e lasso d’ira, d’amor, di carmi, ad un funereo sasso chiese aver pace, e l’armi piú non udir del despota, che al trono ormai pensò. Cosi, superba e sola piramide in deserto, giacque; e l’ausonia aiuola c’ha il suo tribun coperto, dell’infedel suo Cesare sotto al destrier tuonò. Pace, o sepolto! Frena l’odio all’orrenda pesta: Dio quel destrier scatena; Dio, quando vuol, lo arresta. Ecco il cavallo in polvere... E il cavalier dov’è? Pace, o sepolto! In nuove sorti P Italia spera. Prima alle prandi prove surge la tua riviera. Ella, o fulmineo spirito, sa d’esser patria a te. E a noi, che il bello esempio torrem dal suo gran fato, a noi somiglia un tempio la terra ove sei nato. Sappi che Italia al gemino suo trono ha da tornar; e, dall’avel tuo sacro rizzando il capo un giorno, pallido d’ira e macro ti guaterai d’intorno; e, visti in arme i principi custodir l’alpe e il mar, lá tra la gente morta ritornerai, narrando che Italia bella or porta non fune rea ma brando, non cencio vii ma porpora, come da Dio si vuol. Cosi l’acerba ruga spianata alfin ti sia. Cosi cacciale in fuga sulla celeste via, auriga ardente, acceleri le tue puledre il sol. Deh! il sogno eccelso e puro, che, tra le inique risse d’una fossa e d’un muro, in cor di Dante visse, quasi inconsunta lampada in un funèbre ostel, s’avveri alfin. Poi, lieve, come un’occidua stella, passi il mio canto, e il breve nome e l’etá. Fu bella la vita assai, se liberi ci accoglierá l’avel.