Italian poem
A Postumo cortigiano
by Giovanni Prati (1814–1884)
Tu, Postumo, domandi perché meti vivo oscuro, tu, che all’ostel dei grandi rechi indefesso il piè? Poco il mio cor desia, né cederei, tei giuro, questa colletta mia per la magion d’un re. Sul terrazzin la rosa i molli odor mi dona, nella selvetta ascosa mi canta il rosignol, della badia la squilla meco di Dio ragiona, e sul mattin mi brilla, come un amico il sol. Quel ben, che Dio m’ha dato, fortuna e Tuoni m’han tolto; ma il tristo mondo e il fato son uso a sopportar. Sulle vetuste carte piego la mente e il volto, e tra il silenzio e l’arte d’esser piú mio mi par. Torno di Mambre ai calli, seguo Mosé dal Sina, lá tra le greche valli scontro i trecento ancor, pugno con Tarmi anch’io in Lcutra e Salamina; e di mia gente oblio il querulo stridor. Tu inceppi il corpo egregio in rabescata veste, gloria, te morto, e fregio ai muri del castel; io facile mi stendo in larghe giubbe oneste, che logore poi vendo al figlio d’Isracl. Tu se d’illustri dame ardi al superbo riso, spesso le fatue brame collochi in fatuo sen; io, quando l’ombra è densa, a un lumicin m’affiso, e so che lá si pensa ai di fuggiti almen. D’ogni potente albergo tu penetri le soglie col direnato tergo e l’anima servii; me libero la nuda mia cameretta accoglie col buon pensier, che suda sul renitente stil. Tu l’altrui cor, tremando, interpretar t’afTanni, e un viso afflitto o blando foggi, che tuo non è; a ogni mutar di regno muti sorrisi e panni, mascheri affetto o sdegno, che non alberga in te. Io quel che cerco ed amo e il cor deH’universo; come augelletto in ramo, canto la sua beltá; e, se di duol sospira, o freme d’ira il verso, il duol che sento o l’ira niuno cangiar mi fa. Torbido il cardin stride delle cospicue porte, su cui le voglie infide le cure e il tedio stan. Soli, in covil negletto, meglio aspettar la morte, che su purpureo letto, larve adulate invan. Tu, Postumo, coi finti duoli e le finte gioie, nel regno degli estinti tutto dovrai cader; io, non curvato al pondo di quelle eccelse noie, lascerò forse al mondo parte de’ mici pensier. Indi v’è un Re, se m’odi, che, come i tuoi, non erra; né alle sorrise frodi si lasciò mai ghermir: e a chi baratta e mente coi regni della terra, rado quel Re consente i propri regni aprir. Qual Ei me vide intorno povero andar, me tale riedere a lui, nel giorno dell’ira sua, vedrá, recando la vergogna del nostro viver frale, ma non la tua menzogna, nella immortal cittá. Tu, Postumo, credevi, tu blanditor felice, ch’io pur t’avrei con lievi modi blandito il cor; ma nelle mie pareti lo scabro ver si dice, anche tra i canti lieti del rosignolo e i fior.