Italian poem
A Luigia Abbadia
by Giovanni Prati (1814–1884)
Cara e gentil penisola nel riso dei pianeti, nel bacio delle vergini, nel canto dei poeti; cara e gentil, siccome il musical tuo nome proferto in ogni barbara lingua con dolce suon;
ama costei, che ogn’intima aura di tua favella sente, e la fa dall’agili corde vibrar piú bella; ama costei, che tanto coglie sorriso e pianto, quant’è dall’Etna al Vèsulo, e te lo reca in don.
Ella vagí tra i liguri fior, sotto l’ombre care de’ cedri. E i malinconici venti, le stelle, il mare, il turbine, la calma, tutto sonò in quell’alma; e una spontanea musica furono i suoi pensier.
Si fé’ narrar le istorie d’Imelda e di Giulietta. E, in voluttá fantastiche chiusa la giovinetta, il doloroso arcano pensò del pianto umano, e in quella facil estasi pianse, e conobbe il ver.
Con tutti allora il parvolo suo cor tremò diviso. Ebbe pei mesti un gemito, pei fortunati un riso, e da quel vario moto agile, ardente, ignoto, come da sacra tenebra, l’arte, raggiando, uscí.
Cosí questa ineffabile forza, che sente e crea, chiude in eterne immagini la fuggitiva idea; ed è vittoria e regno dell’ispirato ingegno quella parola artefice, che al mondo e al ciel rapí.
Ed è parola il gelido marmo, la pinta tela; questo color, quest’impeto, che il mio pensier rivela; e la canzon d’amore, che pria ti nasce in core, poi sulle ardenti porpore delle tue labbra vien.
Canta, sí, canta; e provoca col musical tesoro le rigid’alme. Immemore di chi l’involga, onoro l’arte del canto unita con un pensier di vita, come fremea sugli attici campi a Tirteo nel sen.
Italia mia, di mártiri divino asil, bagnato dalle immortali lacrime di Dante e di Torquato; misera e sacra terra piena d’orrenda guerra, che die’ retaggio ai popoli d’ignavia e di dolor;
su te si volve un secolo lieto di molta speme. Ma nel tuo sen combattono avverse forze insieme. Voleri accesi e lenti, coraggi e pentimenti, pie le parole, e indomito l’acre desío dell’òr.
Forse un immenso palpito in questo dubbio mondo desterá Dio. Dell’inclite acque eridanie in fondo fors’è la gemma ascosa, che all’indolente sposa piú gloriosi talami desiderar fará.
E tu, fanciulla, indocile degli evirati accenti, cantar tu possa il cantico che aspettano le genti! E in quell’eccelso agone raccoglierai corone, quai non fiorîro al libero sol della greca etá.