Versos Italian Giovanni Prati A mia figlia

Italian poem

A mia figlia

by (1814–1884)

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Ben sette volte, all’alito dei dolci venti, il crine delle eridanie vergini di violette alpine io vidi rifiorir; né a me, fanciulla mia. questa letizia pia di pórtene sol una sovra la chioma bruna le immansuete collere dei fati acconsentir.

Perciò, se qualche pargolo mi guarda o m’accarezza, un turbamento m’agita di tenera tristezza, e me lo premo al cor, e un’inusata stilla dall’arida pupilla sul fanciullino attonito sento grondarmi ancor.

O Ersilia mia, ti cantano nel cor diciasett’anni ; sulla tua nivea cóltrice i graziosi inganni si vengono a posar; l’alba ti sparge in viso il suo piú dolce riso; e tu innocente, a sera, levi la tua preghiera, come d’incensi un nuvolo ai benedetti aitar.

Chi ti somiglia? Il torbido mar della vita ignori ; lieta col mondo incognito, lieta col Dio che adori; il paradiso è in te. Cara, noi sai ; ma il forte invidia la tua sorte : noi sai, ma nella porpora, cara, la invidia il re.

Vivi, amor mio, cogl’idoli del tuo pensier. Simile, nelle tue gioie, al zeffiro che del beato aprile preda gli olezzi al crin, e allegro li confonde coll’aurea*luce e Tonde, sin che alla notte ombrosa, stanco di voi, riposa nell’odorato calice di qualche gelsomin. Poco ti calga intendere di quest’arcana terra; ma, quasi in tabernacolo, fanciulla mia, ti serra negli umili pensier. Misero chi qua scende e troppe cose intende ! Piú casta e men terribile saggezza è il non saper. Dentro un agón che strepita d’infatigabil lite, a conquistar si slanciano le nostre ardenti vite fastidio e vanitá. Sonar la giostra s’ode d’una fuggiasca lode; quindi silenzio ed ombra vinti e vincenti ingombra ; ma cauti lo spettacolo gli spettator non fa.

Anch’io, cedendo ai fascini della miseria nostra, picn di speranze olimpiche scesi in quell’ardua giostra; ma, della lite al suon, arsi in gentil dispetto, e, pur con piaghe al petto, tornato in solitudine, stanco ma salvo or son. Cosi, talvolta, a sperdere sogni e malie funeste, pingo il tuo bel fantasima, come si pinge e veste un cherubino in ciel. Ride negli occhi lieti la grazia dei pianeti ; l’arco de’ labri spira soffio d’eolia lira; danzi nell’aura, e piovono ligustri sul tuo vel. E se, in mirar, s’oscurano le ciglia mie. tu piano sulla commossa pálpebra cali la rosea mano quell’ombra a dissipar, o su’ tuoi labri cari prendi i miei baci amari, e, reclinata all’òmero, ti sento lacrimar.

Cosi fu sempre. Ogn’umile cor che mi stette accanto, colpa d’infausti oracoli, imparò presto il pianto. Piangi tu pur cosi. Piangi. Chi amar mi deve ha il riso incerto e breve. Piangi ; che questo è il giorno che alle mie case intorno girò la Morte, e l’anima della tua madre usci. Dal di che in santi spasimi, cara, da lei venisti, ella, con vezzi d’angelo, ma desolati e tristi, la cuna tua vegliò. Pur colle guance sfatte, ti die’, soffrendo, il latte; ma dal vederla estinguersi Dio gli occhi tuoi salvò. Péra dall’anno il memore mese dei fior! Tu stavi colle manine a tessere scherzi d’amor soavi sul picciolo origlier, e, allegra e poverina, dalla infanti! cortina ahi ! non vedesti in lenta requie dormir la spenta, né a’ piè del letto assurgere la croce ed i doppieri

Tutto ora sai. Tra i fèretri di due defunti figli, come una rosa esanime tra due caduti gigli, oggi tu sai che è lá sotto una zolla oscura, che la gentil Natura, siccome noi, di lacrime perpetue aspergerá. Tra que’ funèbri salici va’, t’inginocchia e prega. Quel, che la Morte sépara, Iddio nel ciel rilega, e in terra il sovvenir. Prega per te, per lei ; prega pe’giorni miei; prega che, ad altri unita od in solinga vita, mai non ti sia rimprovero uno de’ miei sospir. Chi fa sonar di lucidi cocchi e corsier le arene; chi piace ai re, chi prodiga nelle superbe cene nappi d’argento e d’òr. Il padre tuo, fanciulla, non ha raccolto nulla; ma gli riman, fra gli aridi sterpi, un celeste fior.

Ira di tempo o d’uomini sperda il mio picciol nome; e cosi manchi al povero allòr delle mie chiome d’un tuo sorriso il ben: se tu mi resti sola, poco il destin m’invola! Forse è piú giusto voto cader sereno e ignoto che contristato e splendido del vasto Nulla in sen. Tu, ne’ pensosi vesperi, quando piú l’alma impara, leggi i miei carmi. E al profugo senza vederti, o cara, se fia destin perir, prega che almeno io possa, cenere in poca fossa, sull’antenoreo margine insiem co’ miei dormir.