Italian poem
A un rosignolo
by Giovanni Prati (1814–1884)
Covato nel materno nido, spuntasti al dí. La molle piuma ti crebbe al mite april. Modesto e solo nella selvetta canti, fantastico usignuolo, canti all’alba, alla luna, al mezzogiorno, or lieto, ora dolente, se è ver che la natura, come t’ha dato la canzon d’amore, ti desse il cor che sente: cosí, simile al fiore, alla notturna luccioletta e al vento, vita gentil, tu nasci, e vai cantando. Vai via della terra; e forse nulla comprendi, o sai. Quanta del nostro seme parte che pensa e geme, rosignol fortunato, vorrebbe al par di te, cedere al fato! Vorrebbe, e non l’è dato, ché ’l pensier l’affatica e il duol la scarna, e ’l tempo immane e morte la spaventa, però che la comprende; anzi par che la senta prima ancor del suo dí. Tu sulla verde tua frasca mattineggi; e non vedi che ’l ciel, le ripe intorno e il pastor colla mandra, a cui non badi; ché te possiede il canto, tua legge antica. Intanto battagliano i mortali sopra ogni plaga. In ciel qualche pianeta consumando si va. Simili a foglie cadon le umane vite. E indifferente le insepolcra l’obblio. E la speme e l’error diversamente mena le turbe. Addio, addio, cantor soave. Forse dimán morrai privo d’affanno e di sgomento. E il breve loco de’ tuoi riposi ignoreran le genti. Di te chi mai s’avvede? Né il bosco rimarrá senza tuoi pari, né l’alba, né la luna senza i gorgheggi usati. Ahi! perché v’ami alcuna alma gentil, v’è d’uopo, augelletti dell’aria, perder la libertá, dal colorato carcere alzar la voce, e a chi vi pasce il tedio consolar del dí che fugge. Allor carezze e baci di bimbi e verginelle vi piovon sopra; ché l’avara schiatta nulla dá mai per nulla. Né forse il duol vi preme d’essere in ceppi! Ignoto v’è dunque il lutto della terra nostra? veracemente? Io ’l credo, perché le melodie voi neghereste all’uom che v’imprigiona. O forse a voi natura piú che a noi generosa indole dona? Ah! no. Non è la prole dell’uom cui pianga o rida il vostro canto: è quest’arcana immensa beltá dell’universo. Oh rosignol, divino flauto de’ boschi, avessi i tuoi notturni carmi, come ho l’aura immortal del mio destino. Chi per selva o cittade disamar mi potria? chi somigliarmi? Ma desiar che vale? Io non ho le vostr’ale, né voi le mie. Cantiamo, augelletti, cantiam, sinché la scura notte chiuda su noi l’ultima porta, e Dio trasformi questa poca e morta in immortal natura. Allora, allor soltanto volo perpetuo e canto avremo e libertá. D’ira e di frode troppo ci mette in gara quest’aiuoletta avara, che dalle savie lingue ha poca lode.