Italian poem
A Genova varcando di notte i gioghi alla volta della città
by Giovanni Prati (1814–1884)
Il cocchio a stento la via guadagna, fonda è la notte nella montagna; di tratto in tratto sparsa sull’erta qualche casetta mezzo deserta s’annuncia agli occhi del pellegrino pel solo indizio d’un lumicino, che brilla e trema di mezzo al verde, pallida stella, che poi si perde. Suonar non s’ode per l’ombre nere che il fischio acuto del carrettiere, o romor d’acque serrate e cupe sotto la falda di qualche rupe, lá dove appena nei dí riarsi cala il pastore per dissetarsi, o in mezzo all’alghe bruna e soletta stride alla luna la folaghetta. Che fu? Sull’orlo del mio cappello passata è l’ala d’un vipistrello. Aimè, quest’ombra come è gelata! come è deserta questa vallata! Quanto silenzio pei muti calli rotto dall’ugna dei due cavalli, che, a fiutar l’aria del bruno sito, levan le nari con un nitrito. Ma presto l’alba sará vicina, perché giá fuma sulla collina, e allegramente dal giovin core la capinera canta d’amore. Tu svegli e baci tutte le cose, o dolce Aurora sparsa di rose; ma, tanto bella come tu sei, bella non splendi per gli occhi miei. Fuggir da un fato, che mi dá guerra, sperai, movendo verso altra terra, calda di luce, piena di feste; ma le mie rime son sempre meste. Su quelle strade cupe e dirotte, sotto il cadente ciel della notte, nel mio pensiero come una stella tu ognor spuntavi, Genova bella, co’ tuoi palagi, dove tra gli ori brillano eterni marmi e colori, colle tue cento colline care, co’ tuoi navigli, col tuo gran mare! E allor ti vidi la iniqua lancia baciar sommessa dei re di Francia; e irato piansi di quelle offese, perché eri parte del mio paese. Poi, seguitando le aeree danze, che fan nel capo le ricordanze, sola sull’erta di Vialata mirai del Fiesco l’anima irata, qual chi nei fati lontan discerne, sognar l’impero dell’onde eterne. Ma, quando aprirsi vidi il mortale gorgo, e lo sperso manto ducale nuotar sull’acque, tra due diviso, mi spuntò il pianto sotto al sorriso. E allor, né mesto né lieto assai, d’un altro tempo mi ricordai, che del tuo Doria l’opre ammirande ti fêr gentile, libera e grande. E vidi altèro sui flutti illesi battere il remo dei genovesi; del lor vessillo sotto all’impero curvarsi i cento dello straniero; e aprir le braccia l’ampia cittate alle arrivanti galee dorate, che a lei versavano dalla marina, qual sulle vesti d’una regina, di gemme e perle ricchezze immani, compre col sangue sugli oceáni. Poi, quando, vaga d’altro cammino, l’ala possente del tuo destino, da te fuggendo, sulle tue mura lasciò lo spettro della sventura, Genova bella, quel mesto giorno, una grand’ombra ti venne intorno. E, non pensando l’offesa antica della irridente patria nimica: — Fa’ cor — ti disse: — sia caso o merto, di tante glorie ti fugge il serto; ma, a rattenerlo sulle tue chiome, basta il mio nome! basta il mio nome! — Oh quante volte lo spirto errante del tuo Colombo, Genova, oh quante volte, fermato tra il mare e il porto, t’avrá gridato questo conforto. Tal, dalle punte di quell’altura movendo gli occhi sulla pianura, co’ suoi fantasmi, lieta o dolente, Genova apparve nella mia mente; e cosí venni sopra i tuoi lidi; Genova bella, cosí ti vidi. Del flutto azzurro nell’ampio velo dalla sua curva cadeva il cielo sereno e grande. Col cielo e il flutto in te mi parve sorrider tutto. Le mobili isole nel mar create erano incanto d’occulte fate; sotto alla luce gli aperti valli splendean sonanti d’armi e cavalli; e un giovin duca, Genova altèra, correa giocondo la tua riviera. Pur, riguardando, nel cor mi scese un desio mesto del mio paese! Piú che le antenne delle tue navi, nella memoria mi fûr soavi le conosciute mie verdi piante, dov’io sorrisi poeta e amante. Piú che al tuo mare, pensar mi piacque alle romite fuggevoli acque, che, in mezzo ai fiori d’un picciol prato, bagnan la casa dov’io son nato, dove la mesta madre diletta da molto tempo so che m’aspetta.