Versos Italian Giovanni Prati A Ferdinando Borbone

Italian poem

A Ferdinando Borbone

by (1814–1884)

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Se mala signoria, che sempre accuora li popoli su gtrlii, non avesse mosso Palermo a gridar: — Mora ! mora!

Dante, Paradiso , VIII. Mentre dell’ampia Napoli il pescator mendico spesso le maglie inutili getta sul mar nemico, e la nefanda Inopia l’ali sue negre stende sulle selvagge tende del ealabro pastor, e l’abbruzzese ai pargoli l’ira col pan divide, e alla sicana vergine, pur quando danza o ride, balena una profetica stilla sul ciglio oscuro, e regna ovunque il duro trionfo del Dolor;

tu re nascevi all’alito dei cedri, al suon dei carmi; ftír tue le vite, i codici, l’oro, le messi e l’armi: tutto fu tuo. Dall’arbitra sorte locato in trono, per esser giusto e buono che ti mancava, o re? E, quando primo i liberi voti d’Italia udisti, e sfolgoranti all’aere i tre color fur visti, del lungo ceppo immemori d’ebra letizia ardenti; dimmi, o signor: due genti non ti vedesti al piè? Toccate allor le pagine dell’Uno e Trino Iddio, giuravi tu: — La folgore piombi sul capo mio, se quel, ch’or dona ai popoli, questa mia man riprenda! E al sacramento attenda custode il mondo e il del. — Or che hai tu fatto, o misero spergiurator? Sull’ugne de’ tuoi corsicr la polvere delle lombarde pugne veder tremasti; e al vindice Carlo il tuo brando hai tolto, transfuga iniquo e stolto dall’arca d’Israel.

Tesi gli orecchi e pallido sulla regai cortina, stavi origliando il sonito dell’itala ruina, come sparvier famelico odora il pasto umano, su cui dall’erta al piano cupido avventa il voi. E, quando il sol sui barbari elmi splendea giocondo, e lacrimava al funebre aitar d’Italia il mondo, ahi! tu, d’Italia principe, sulle codarde piume, tu congioisti al lume di quel nefando sol! Va’, tenta Dio; poi chiedigli ch’ei ti difenda e t’ami, Ei non placabil giudice di quelle gioie infami. Guarda, se puoi, nell’impeto dell’insanir feroce, questa sabauda croce senza spavento in cor! Pensavi tu che il fremito dell’anime secure, sotto l’orrenda immagine d’un palco e d’una scure, cadria domato? 11 libero per codardie non muta: la libertá saluta, pugna, sorride e muor.

Lá nelle turpi tenebre de’ tuoi castelli, o cicco, ben tu insepolcri i mártiri, ma il lor martirio è teco; però che lá puoi vincere poche languenti salme, non i pensier, non l’alme, non Dio che insiem le uni. Fisa le illustri vittime tu, men di lor tranquillo. Dimmi: non senti i palpiti di Mario e di Cirillo sotto quei polsi, o despota, che tu di ferri hai cinto? Morto cadrá, non vinto, chi da quel sangue usci. Credevi tu che un’unica benedicente mano dell’atterrito apostolo, che piange in Vaticano, srspenderia l’unanime giudicio della terra? Ah! chi, all ’aitar, non erra, schiavo al tuo scettro, errò. E i figli suoi, che il videro darti i fatali amplessi, e all’oppressor sorridere, lui padre degli oppressi, tremar per quei segnacoli di ch’ci si noma erede, tremar per quella fede che Dio gli consegnò.

Speravi tu nel cupido furor del Moscovita, che verso noi le indomite criméc puledre incita, poi d’Oriente ai zefiri cauto le briglie gira, svegliar tremando l’ira de l’Occidente alfin? Forse lo attendi? A Dalila offri, o Sansón, la chioma. il boreal pontefice non e giá quel ili Roma. Uno t’abbraccia e lacrima, grato all’ospizio offerto; l’altro d’Arrigo il serto ti strapperia dal crin. Va’, incresci a Dio: dell’isola, che osò gridar: — Fernando non e piú re — ti vendica, or che hai la legge e il brando. Ma sul lerren di Procida sangue di Francia stilla, e la tremenda squilla non ha perduto il suon. Quando tra prence e suddito tratto è Tacciar, la Pace velasi e muor. Longanime l’odio resiste e tace; tace, e nelTombre edifica coll’ignea man presaga sulla terribil daga, che non udrá perdón.

Che speri or dunque? Un’opera d’insania e di sgomento è ogni tuo di; la lugubre notte t’insegue; il vento parla e t’impreca; il gemino mondo t’acclama infido; sin l’innocenza un grido ha di terror per te. Se i tuoi leali assiepano folti la regia stanza, dal fianco tuo si svincola l’Onore e la Speranza; e sin fra’tuoi qualch’intimo genbl pudor si sdegna. Dove Fernando regna, regno di Dio non v’è. Me non lusinga il torbido rumor di plebi inette; mai co’ larvati Spartachi la musa mia non stette: amo e cantai quel soglio, dov’è del prence a lato, con nodo immaculato, la sacra libertá. E non dal facil odio, come lo senton gl’imi, ma dai dolor che ari ivano lá dai scbczi climi, e dalla man degli esuli che lacrimando strinsi, oggi quest’ira attinsi, che mi parca pietá!

A bruri ti vesti, o povera Napoli bella. Intanto io col fedel mio Renio penso d’Italia il canto; e, per lenir pii spasimi del cupo affanno, ond’ardo, lascio vagar lo sguardo dietro un regni destricr, su cui la bella immagine d’Emanuel s’accampa, e intorno a cui Io spirito di mille prodi avvampa: onde nel cor mi piovono rai d’una nova aurora, e il Dio di Dante ancora, sento ne’ miei pcnsier.