Versos Italian Giovanni Prati Meditazione

Italian poem

Meditazione

by (1814–1884)

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— Va’, vivi e soffri, involucro di polvere e di luce; compagne a te le lacrime, a te la speme è duce; smania il saper; tormento e voluttá l’amor. Va’, vivi e soffri e dubita, sinché tu cada spento, e sulla morta arena ti nutran l’aure appena qualche selvaggio fior. —

Chi mi cavò dall’utero cosí m’ha condannato. Questo fardel sugli ómeri mi pose il mondo e il fato. Questa è de’ padri miei la legge e l’avvenir: a ree lusinghe nascere, vivere a tempi rei, ber l’inesausto affanno cibar l’eterno inganno, fremere e poi morir.

E, se una bruna palpebra, se un conosciuto viso ad or ad or lampeggiano sulla mia notte un riso, indi ritrarne gioia sará follia sperar; ché il cor dell’uom s’intenebra di collere e di noia, e il cor di donna in breve è turbolento e lieve, come la foglia e il mar.

O rosignoli, o teneri ospiti del boschetto! in voi diffuso e vergine è come in ciel l’affetto; ché a voi misterioso, è della morte il dí; perciò la siepe e il frassino vi dá gentil riposo, e a noi superbi e dotti son torbide le notti e amaro è il sol cosí!

I gelid’occhi al vortice del mio passato io movo, e l’arse travi e i féretri della mia casa trovo; féretri, ov’è sepolta la mia piú bella etá. A me il presente è favola, favola amara e stolta; e l’avvenir chi 'l vede? senza paura al piede chi traversar lo sa?

E intanto abbonda un secolo dai súbiti guadagni: lupi in mantel di pecore, tigri col cor di ragni; baci di Giuda e accenti misti di mèle e fiel; mille villosi apostati per il piattel di lenti; liberti e berovieri, spadoni e giocolieri, posti tra il boia e il ciel.

Pago è nessun del tacito lare in che Dio lo pose: invidia il ghiro all’aquila le sommitá nembose; gitta la scarpa vecchia e armeggia il ciabattin; ogni milenso è un Cesare, che al Rubicon si specchia, ogn’Ancia una Metella, un Tullio ogni Brighella, un Gracco ogni Arlecchin.

Chi puttaneggia in ciondoli col dado e la fortuna; chi stupra le effemeridi, chi l’aula e la tribuna; chi sgombita, chi pesta, chi mente e in alto va; chi strepita, chi rampica dell’altro sulla testa; chi porta senza impaccio Cristo e Barabba in braccio, e corna a chi nol fa.

Varchiam, varchiam, tra i zeffiri, tra il sole e la bufera, varchiam questo spettacolo di larve, infino a sera. Ma tu, Signor, prometti alla mia musa e a me che ci darai due salici e i vispi usignoletti qua e lá volanti, e molle sulle fenèbri zolle l’aura, che vien da te.

E allor di questo comico mondo, che mai non tace, l’amara farsa e i cimbali ascolteremo in pace; e, quando fra le scene il fischio udrò suonar, e il fumo delle lampade ad avvertir mi viene che la commedia è chiusa, dirò: — Fra i salci, o musa, andiamci a riposar. —

E voi, notturne tibie dal frassino sonanti, o rosignoli, al tumulo trillate i dolci canti. E, se alcun pio roseto su noi germoglierá, chinate l’ale al tiepido rezzo odoroso e cheto; e sotto alla commossa cóltrice della fossa il cor ci batterá.

Però che sempre un palpito ebbe per voi, cantori dei radiosi vesperi e degl’infausti amori; e, irato all’uom, sovente per voi si consolò. Ah! quando schiudi ai gemiti la bocca onnipotente, chi mai, chi mai, Natura, santa di Dio figura, chi superar ti può?