Italian poem
Mab
by Giovanni Prati (1814–1884)
Mab vocor atque iocor : nigris me linquere corvis gaudeo; subque dio teneros insector amores. Mentre ai gelidi passaggi del crepuscolo s’abbruna la foresta, e si richiudono nelle siepi i tenui fior; e fan tresca in cima ai faggi gli scoiattoli alla luna, e i mastini intorno latrano nello stabbio dei pastor; Mab, la piccola reina delle fate, in veste azzurra, che ha per cocchio un guscio d’ebano e due corvi per destrier, sulla fonte cristallina, che fra l’eriche susurra, aU’ombria d’un bianco mandorlo va cantando i suoi pensier. Gira gira la tua ruota, bella Parca; lancia lancia, buon pilota, la tua barca; passa lieve sul quadrante, sfera errante; metti nido nel mio core, dolce Amore; mentre d’astri il ciel s’ammanta, noi si canta: — Da qual madre, a qual ora, in quali sponde venni alla vita, indovinar non so. Ne lo sanno quest’acque e queste fronde, né questa luna, che va pellegrina di collina in collina, e mai del mio natal non mi parlò. Mi rammento dell’Asia, e vidi i sassi di Ninive e di Menfi, e udii nitrir il cavallo di Ciro, e a tardi passi mirai per le stellate arabe lande l’aspro cammello e il grande dromedario le armate orde seguir. In margine all’Egeo vidi i misteri d’Ecate; e nei latini antri l’altar d’Uia bendata; e i popoli guerrieri spaurir colle truci aquile il mondo, e lunge il furibondo Odoacre l’enorme asta agitar. Quel di non piú nelle romulee cene d’allegra spuma il calice fiori, e di Chiara e Cloe, dolci sirene, bagnar la chioma i molli unguenti invano, e sul triclinio arcano il gemito d’Amor piú non s’udí. Elmi di ferro ed orride zagaglie vennero, e i numi non sentir pietá. E fu misto l’incendio alle battaglie, e dalla verde tiberina valle le barbare cavalle vidi lanciarsi sulla gran cittá. E poi monaci e re chiusi neH’armi sorsero, e in cima al mar mi balenò la rossa croce; e di Siòn sui marmi gli emiri in pugna disperata ho visto coi cavalicr di Cristo; e, com’altro giá vidi, altro io vedrò. Ma voi, stelle del del, voi foste, o rose, voi, glauchi fiumi, il mio profondo amor; e, se patria o natal mi si nascose, le verdi terre, i pampini fiorenti e il sibilo de’ venti e il lume ambrosio mi fu vita al cor. Quaggiú secoli molti ho numerati, ma corallo m’è il labbro, ebano il crin; e di me senza posa innamorati sono i falchi dell’aria, i tersi fonti, il frassino de’ monti e il bianco silfo che mi sta vicin. Questo è il compagno mio. Spirito arcano, sempre la notte e il di canta con me: egli sai sul mio cocchio, e andiam lontano lontano a interrogar boschi e caverne, e delle cose eterne rapir qualcuna, io gentil dama, ei re. Ei mi dice che Febo, il biondo e bello signor dell’armonia, padre a noi fu, e ini giura che Marte è il mio fratello, e gli altri dèi la mia superba corte, e lá dopo la morte noi salirem per non lasciarci piú. Anzi sarem due novi astri al notturno padiglion dell’Olimpo; ed in beltá forse a noi cederan Sirio e Saturno, 1 due Gemini, Urano, Espero e l’Orse e la gran Lira; e forse men superba di sé Venere andrá. Qui frattanto nel mondo è nostra usanza chiedere l’ombra a un mandorlo fedel, o sui rivi intrecciar magica danza, o sulle fosse dei fanciulli estinti falciar rute o giacinti, quando scintilla il plenilunio in ciel. È nostra usanza a mattutino il canto spargere nella valle o sul burron, e, di rosso vestita o azzurro manto, sempre nel guscio d’ebano, mi piacque girar le terre e Tacque, e dare ai miei fantasmi anima e suon. Ed ora il guscio d’ebano traete. piccoli corvi, al nostro angusto asii; e voi, stelle del ciel, voi risplendete sopra le chiome della selva bruna; e tu zampilla, o luna, sul vestibolo mio sparso d’aprii. E tu, Silfo, mi canta; e ne! viaggio salvami da procella o masnadieri sferza i cavalli, e coll’ardor d’un paggio mordi del roseo pollice il liuto; o, se non vuoi, sta’muto, ch’io giá so quel che pensi, o mio scudier. Tu pensi che su morbido guanciale d’odorate giunchiglie io giacerò; e tu, acceso, qual sei, d’aura immortale, colle tue braccia mi farai catena, e lá, di gioia piena, come ò mio l’universo, io tua sarò. — Cosí Mab, cantando, vola co’ suoi corvi piccioletti: per gli arbusti il bianco spirito curva l’ali e a lei fa vel; spuntan fiori in ogni aiuola, le falene e gli augelletti son ridesti, e sotto l’eriche par che canti ogni ruscel. Oh grandezze, oh maraviglie della candida natura! quando saltan gli scoiattoli delle stelle allo splendor, ed un letto di giunchiglie fa obliar la sepoltura, e gii affanni si addormentano nelle braccia dell’Amor!