Versos Italian Giovanni Prati Primavera

Italian poem

Primavera

by (1814–1884)

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Isis, vere novo, cunas thalamosque tuetur. magna parens. Primavera non vien fuor che una volta a fiorir l’anno; e quando dal canestro versò l’ultima rosa, la bella giovinetta in sé raccolta parte da noi, lasciando un soave ricordo in ogni cosa. Delle rugiade il pianto resta all’alba; alla siepe un fil d’odore; a qualche gelso un canto di solingo augelletto; e resta all’uman petto una malinconia che sembra amore. Poi s’imbionda la spica al povero colono; sotto i cocenti lampi di Febo s’affatica il falciator pe’ campi; di plaustri le callaie stridono; e, misurato alle promesse, ne’ portici e per l’aie splende l’ór della messe. E tutto questo è dono dell’olimpica figlia, che va pellegrinando sotto le terre; e, non so come o quando, dolcemente scompiglia i piccioletti germi e li conduce fuor nella rosea luce. Indi s’avanza il dio che aggioga al carro i pardi, e fiamme dagli sguardi lancian Polinnia e Clio, mentre il sacro licor ferve e s’affina nell’anfora divina, e coi corimbi in testa mcnan le madri sul Pangèo la festa. Poi gialliscon le foglie e cadono; s’accampa di fuor la buffa; e nelle interne soglie, mentre luce la vampa sui vasti focolari, novellando si va di cose arcane. Ha giti varcato i mari la rondinella; senza voi rimane il pecchietto alle siepi, e senza grido la cingallegra al nido; con suo mugolo roco s’aggomitola al foco il can sull’ora bruna o all’uscio, per entrar, raspa e si lagna, fiori di gel sui vetri ricama il verno; e gli alberi alla luna paiono bianchi spetri per l’immensa campagna. Oimè! dagli occhi miei per clivo o per riviera ove fuggita sei, fanciulla Primavera? Come attesi l’amante, al tempo verde attendo io te: né perde, benché tu mi sia tolta, la sua speranza il cor. Piú d’una volta, è ver, tu, giovinetta Primavera, non vieni a fiorir l’anno. Ma, quando se ne vanno l’ultime nevi e spunta la prima violetta cantan tutte le terre: — È giunta, è giunta la fanciulla gioconda! — E il riso e il canto abbonda per Tacque immense e per gl’immensi cieli. e in radiosi veli sovra il saturnio altare sin la tacita e grande Iside appare. O Primavera, eterna per l’arcana natura e si breve per noi, chi ti governa il virgineo pensier? chi prende in cura le tue sembianze belle? da qual poter tu mossa vieni beata e vai? (orse tu vivi al di lá delle stelle, al di lá della fossa, e in quel campo fiorito a te ci attendi privi di fastidio e dolor, schiatta immortale? Ché in veritá non vale la poca ora di qua tanto infinito delirar di dottrine e di speranze. E queste ambigue stanze, che per antico danno abitiam colla Morie, un di saranno trasfigurate in una primavera senz’ombra e mutamento, ove né sol, né luna né mar d’acque, né vento, né nulla agiterá nostro intelletto, tranne il proprio diletto d’amar senza confine. Primavere divine, io vi sogno sovente; e il sognar mio la che talor né invano son primavera anch’io; e con gorgheggio arcano qui nella mente il rosignol mi geme, qui nella mente mi tremola il fiore, e una fresc’onda preme e una fresc’aura il core; e a quanto ascolto e miro di grande e di gentile con infinita voluttá sospiro come a un eterno aprile.