Versos Italian Giovanni Prati Solitudine e raccoglimenti dello spirito

Italian poem

Solitudine e raccoglimenti dello spirito

by (1814–1884)

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Che mi giovò peregrinar per tante terre, temprando i mesti carmi e i lieti? Sotto l’ombra de’ gelsi e degli abeti or sogno i dí quand’io sorrisi infante. Cara cittá del Tanaro sonante, patria d’imperadori e di poeti, molli prega per te l'aure e i pianeti la nostra musa, della pace amante. La nostra musa, che un romito albergo or chiede al cielo, d’ascoltar giá lassa tanto vacuo rumor stridersi a tergo. Rumor di biasmo che matura affanni, rumor di lode che col vento passa. Oh, i cari sogni de’ miei giovani anni!

Nei cari sogni de’ miei giovani anni vidi una mesta creatura bella, e sul cammin de’ cominciati affanni per man la presi, e la chiamai sorella. Or basso giace! E piacque alla mia stella riconfortarmi con illustri inganni; ond’io sclamai: — Gloria, ti cerco. — Ed ella mi rispose: — Figliuol, cerchi i tuoi danni! — E ben fu il ver: perché ho consunti gli occhi per tante veglie lacrimate, e sento su per l’aspro cammin rotti i ginocchi. Sui fior giá tristi la imminente neve si versa, e picchia ai morti rami il vento. Primavera dell’uom, quanto sei breve!

Primavera dell’uomo, quanto sei breve! Perciò natura con pietoso affetto fece uscir di sue mani il fanciulletto cosí ridente, spensierato e lieve. Son rose i lini del suo picciol letto, rose i baci che dona e che riceve; è rugiada del ciel l’acqua che beve, divina è l’aura che gli scorre in petto. Lasciamo in grembo al luminoso incanto questo picciolo re dell’allegrezza, che in breve diverrá schiavo del pianto. Oh rimembranza dell’etá fanciulla! Chi serba amor di quella prima altezza sospira, e torna a ribaciar la culla.

La culla a ribaciar torna e sospira chi per suoi dolorosi esperimenti apprese l'arti, onde si volve e gira questa torbida razza de’ viventi. Chi vide uscir dai ben orditi accenti l’opre difformi, e il viver dolce in ira e poderosi i rei sugli innocenti, la culla a ribaciar torna e sospira. Io l’amo sí, dal vulgo inavvertita quest’umil casa, ove sognar si ponno le larve piú soavi della vita. Ma, al par di questa, che con dolci tempre chiama sugli occhi ai pargoletti il sonno, amo quell‘altra ove si dorme sempre!

Amo quell'altra ove si dorme in pace, ove allo stanco figlio del dolore è pio conforto una solinga face, una stilla di pianto, un mesto fiore. Colá dentro sepolto, il rumor tace di tanti sogni, che fêr nodo al core. Oh, ben s’apre ai dolenti la tenace porta, onde vassi all’ultime dimore! Io quando sento come si consuma in me il vigor della nascosta vita, visibil cosa alle persone accorte, d’una súbita luce si ralluma l’anima vagabonda, e un’infinita gioia mi prende in vagheggiar la morte.

Sí tu verrai; verrai, Morte invocata, ultimo dono che il Signor dispensa. E: — Vieni, amico — mi dirai: — la mensa nuzial, che volesti, è preparata. Vieni meco alla piaggia avventurata, ove da lunga cecitá rinsensa questa misera polvere, che pensa pensieri ed opre che non han durata. — Ed io verrò, cortese ultima amica, verrò nella tua pace. E il viatore chi sa che alla modesta urna non dica: — Dorme lá dentro un infelice ingegno consumato da sé nel piú bel fiore. Ma sofferse, e di pace egli era degno! —

Quel dí che dentro agli occhi moribondi mi nuoterá la fuggitiva luce, della barchetta mia chi sará duce sul mar che mena negli eterni mondi? Rimembro io ben d’un cherubino il truce brando, e la pena delle offese frondi; e so che a quei perduti orti giocondi nessun merito mio mi riconduce. Pure ho speme, buon Dio, che tu sia mite ad un che amò, che delirò, cercando suo bene in terra, e non trovò che duolo. Aimè! Signor, da tenebre infinite i’ mi sento cerchiar, sino da quando il buon angelo mio mi lasciò solo!

Il buon angelo mio fu quella cara che, or è il quart’anno, s’è da noi partita, tramutando le rose della vita negli oscuri giacinti della bara. Di quella donna affettuosa e rara in noi la ricordanza illanguidita par talvolta alle genti, e la romita nostr’alma il riso dei felici impara. Ma, Dio! Qual riso d’amarezza pieno, riso che sfiora i freddi labbri appena, e dentro al cuore in lagrime si muta! Ond’io gli occhi sollevo, e chiudo al seno le braccia, e tra me dico: — Or la serena stagion volga per altri: io l’ho perduta. —

Volga per altri la stagion serena, che a me rise negli occhi, or nella mente sí mi travaglia, che da mesta vena spuntar sempre i miei carmi ode la gente. E tuttavia l’afflitta anima sente anco una gioia; ed è che fatta piena sia la speranza di veder possente, come un tempo giá fu, l’itala arena d’una schiatta animosa, alta e gentile, che si rammenti degli antichi padri, stelle fiammanti in procelloso nembo; e fiorisca una volta il forte aprile dai fiori eterni; e sentano le madri con gioia il peso che lor vive in grembo.