Versos Italian Giovanni Prati Sogno

Italian poem

Sogno

by (1814–1884)

Listen in the reader

Il giovin lasso dormia profondo, e gli crescea negli occhi, nei vigili occhi della mente, un sogno lucido e strano. Ei vide. Un’ombra ei vide (era la Vita), olimpica fanciulla, nelle mani recante un negro velo e ramuseelli di virginee rose sulla nitida fronte. Il piè vocale mosse intorno la dea, tutta odorando l’aura del loco. Al taciturno capo quindi d’Amleto la celeste impose il funereo velame; e, appena il sasso ne fu coperto, il piè dei simulacri ella sfiorò coll’indice divino. A quel segno di lei, mirabilmente s’animarono tutti, e il loco apparve un magnifico Olimpo. In guisa arcana grandeggiaron di gesto e di sembianza le magnanime forme, e all’assopito cantò ciascuna il salutar suo canto.

achille

Figlio de’ tempi novi, tu dormi; e me la Parca e l’irsuto Chiron crebbe alla lode. In mar d’oblio tu movi la piccioletta barca; la gran vela alle dardanie prode. Né giá Briseide tolta dal dispettoso acheo indugiò l’ire della mia quadriga. Risvegliati una volta, c del divino Egeo ribevi l’aura che alla gloria instiga. Agita i nervi e Possa di Febo il raggio, e chiama sin dalla tarda fossa defunto a gioir della sua fama. Te la mia lancia o il canto di Chio petrosa rifará gentile: chi muor nell’ozio è vile, e non ode sull’urna inno né pianto.

iside

O del saturnio seme, tu giaci; e indarno io grido fuor dalla notte che di sé m’ingombra. Chi solitario geme, casa mutando o lido, e me spregia od oblia, passa nell’ombra. Deh! torna ai sassi e all’onde, deh! torna a interrogarmi; e me, se vali, non avrai noverca.

Dal vel, die mi nasconde, mormoro austeri carmi; ma sorrido da madre a chi mi cerca. Stolto chi il lin mio sacro con empia man rimove, o, per vigilie macro, da me sogna strappar quel ch’è di Giove. Né il pallid’Orco informe, nè il vago Olimpo mi fu chiuso a spalle; ma per lo doppio calle meno chi sa, non chi folleggia o dorme.

psiche

Te de’ celesti al regno, te condurrò ben io, di lá da questa fulminata stella. Ché si placò lo sdegno del fuggitivo iddio contra l’ingiuria del la mia facella. Amor dell’universo mi stampa e mi figura, e parlo con chi dorme e non mi sceme. Parlo; e nel lin mio terso lo chiudo, e dalla scura notte lo levo nelle plaghe eterne. Casta son io: ben vedi come dai fiori emergo. Fratello, i santi piedi non maculiamo in questo basso albergo. Di lá giá non s’arriva, fratei, che sulle bianche ale di Psiche. Alle dolcezze antiche torniam, fratello, e alla gioconda riva.

ausonia

Con Psiche ai cieli, o figlio; ma qua tu resta meco, ché antico e grande è dell’Ausonia il fato. Me sull’idèo naviglio per mare immenso e bieco chiese un fuggiasco, e a lui Giove m’ha dato. Ma tu che fai, da Niso degenere, in tua terra, uom semispento in non canuta chioma? Giacque Pallante ucciso, mori Cammilla in guerra, e fu morte gentil vita di Roma. Benedetto chi passa coll’asta il suo tiranno, o muor pugnando e lassa di sé ne’vivi la memoria e il danno! Odi il lion, che rugge a’ miei piedi e t’addestra al suo ruggito. Non m’è dal grembo uscito chi non per me nel tristo erebo fugge.

il tempo

La mia danza dell’Ore in bruna vesta o bianca lieta in parte è per tutti e mesta in parte. Mal fa chi il primo fiore strugge degli anni e manca senza lampo di gloria o segno d’arte. Mal fa chi s’addormenta sulla foglietta verde: s’io la do, la ritoglio ai neghittosi.

La stirpe è sonnolenta, e sua virtú disperde; ma il prode emendi i barbari riposi. Coi rari in questa landa ti sveglia e fa’ tua strada: necessitá comanda che verso morte senza tregua io vada. Sorgi! Che fai? Vergogna t’inspiri il fantolin che si travaglia, e mena razzi e scaglia di fionda; e caro è a noi piú di chi sogna.

momo

Vedete il giovinello che il naso imbarbugliando s’andò d’inchiostri e visse in libreria! Per Giove, è bello, è bello, e si nomina Armando, ma non s’arma che d’ozio e di follia. Rimaso è a mezzo il corso per una Circe onesta, che con un riso gli levò la nuca. Come gli balla in dorso il panno della vesta, e il suo tarlo le polpe gli manuca! Col veder d’una spanna, cento dotti mortali dicean, seggendo a scranna, che questo gufo avea d’aquila l’ali. Ecco il Prometeo in cura alta di Giove. Sul triclinio ei giace. Oh! lasciamolo in pace, ché negli orti di Circe e’s’infutura.

Prometeo

Dalla plebe de’ numi disceso è cotestui. Dormente pellegrin, premi il cordoglio. Torta ha la bocca e i lumi; tutto è deforme in lui, vile irrisor d’ogni domato orgoglio. Ma guarda alla mia corda qui sull’infame pietra, e vedi lo sparvier che di me pasce. Ti leva, e ti ricorda che i fulmini dall’etra saetta Giove su chi ferreo nasce. Però non ti sorrida giacer su questo letto; ed anco in cima all’ida non ti paia stupendo il mio dispetto. Solo un mortai funesto potea fare il gran furto, ed io lo fei. Tu, cogli ardiri miei, non rincrescere a Giove e tenta il resto.

mnemosine

Figlio, me pure ascolta, me, che nei dolci inganni dell’etá prima ogni dolor rimeno. Quanti soavi in vòlta fantasmi di quegli anni potrò mostrarti, onde il mio regno è pieno li tuo borgo selvaggio non obliar, fanciullo, né l’atrio casalingo e V’esta e il foco.

Del sol piú dolce è il raggio, piú vivo ogni trastullo, piú caldo ogni desio nel patrio loco. Ripiglia i dì giocondi chi alle mie labbra vola: ridono immensi mondi chiusi nell’auia della mia parola. Di prodi e di pastori vedrai fortune, udrai leggende ignote. Mnemosine ti puote ridar la luce dell’Olimpo e i fiori.

la forza

Bando alla cura acerba, che in groppa ti cavalca, e spregia i culti indegni e i tempi ladri. O anima superba, dalla profana calca esci e favella co’ vetusti padri. Meglio che cianee vane, odi il rumor del piombo tonante ai colli nell’irsuta fèra, o in cima all’erte frane de’ grigi falchi il rombo e de’ frassini il fischio alla bufera. Cresceano al cesto e all’arco dell’Atiica i garzoni, poi sull’ellenio varco pugnavan, con Tirteo, fatti leoni. Il diro Ercole vedi, che. schiavo inerte in molli abiti chiuso. scorda Erimanto, e il fuso torce della ridente Onfale ai piedi.

polinnia

Piú fresca e piú serena nel pigro capo ornai la invocata de’ forti aura ti spira; qual per occulta vena rapidi, or mesti, or gai, tornano i suoni in una vacua lira. L’ombra de’ boschi sacri io lascio, e de’ tuoi passi in dolce compagnia mi ti concedo: ché, ai nitidi lavacri di Dirce, i membri lassi mirabilmente rinnovar ti vedo. La bionda Ebe ti mesce; e dal pettine d’oro della tua Parca or esce tela ben altra, ed io veglio al lavoro. Buona umiltá ti morde, o sognator, di tua desidia tanta; a te Polinnia canta: svegliati al suon delle mie dolci corde. Scorrea dalla dorata arpa in quel punto per le dita celesti una profonda maestosa armonia. L’opra del sogno era compiuta, e il sognator d’un balzo in piè levossi, di sidereo lume la persona raggiando. I simulacri taciturni sorgean senza vestigio di mutamento; ma sorgea l’infermo da sé ben altro. Attonito sull’orma egli rimase: gli fluia nel seno a balsamiche e larghe onde dai vetri

l’aura d’aprile, e in cima ai flessuosi pioppi trillava il rosignol, divino re della nota. Per le aperte imposte girò gli sguardi; e in mezzo alle eminenti pergole vide un guarnelletto bianco ed una chioma in fior; vide una vaga, men fanciulla che dea, simile in tutto all’ombra della Vita. Eri tu, Arbella, tu, giovinetta Arbella; insigne figlia dello scultore. Attratto in rapimento, v’affisò gli occhi, e in sé trasfigurarsi senti l’anima e il sangue. Una per una, corse alle statue, sue celesti amiche in quell’ora di grazia: i santi piedi n’abbracciò, lacrimando. E sulla verde cima de’ pioppi il rosignol cantava la rinascente gioventú dell’anno.