Italian poem
Questa bella d'amor maga innocente
by Girolamo Fontanella (1605–1644)
Questa bella d’amor maga innocente, che con giri fatali i balli move inegualmente eguali, fa d’insolita gioia ebra ogni mente, e ’l piè sciogliendo ai regolati errori, incatena gli spirti, incanta i cori. Prima, accorta ne’ moti, alza e misura coi bei suon de le corde ne la musica danza il piè concorde, dando al corpo gentil grazia e misura; indi parte e ritorna e, mentre riede, sopra l’ali d’amor regge il bel piede. Desta e sciolta, in un piè s’attiene e libra, indi il passo radoppia, e l’alza in aria e nel cader l’accoppia; si rota intorno e se medesma vibra, e ne’ suoi modi e ne’ suoi moti erranti, fatta rota d’amor, volge gli amanti. China a tempo il ginocchio e l’aurea testa con bell’atto soave, e posando la danza, ergesi grave; poi si spicca in un salto, agile e desta, che leggiero nel vol s’erge tant’alto, che dubbioso non sai s’è volo o salto. Va con breve ed armonico intervallo, regolato da l’arte, or da la manca or da la dritta parte; fugge e rompe la fuga in mezzo al ballo, e ne l’ordine suo mutando gioco, la credi in uno ed è ne l’altro loco. Mentre fuor dal bel lembo aurato e bello de la gonna sua vaga spinge il piè delicato, ogn’alma impiaga; par la punta del piè strale novello, che spedito e veloce in mezzo i petti fuor da l’arco d’Amor l’alme saetti. Forse scesa qua giú la bianca luna dai volubili calli, ha traslati fra noi gli eterni balli? o pur nova d’amor vaga fortuna, rendendo altri infelice, altri beato, volge in vario tenor l’umano stato? Da sí belle e sí rapide carole apprendete voi, stelle, a danzar colá su piú vaghe e belle. Ore, ancelle del dí, figlie del sole, che danzando lá su guidate il giorno, fermate il ballo ad ammirarla intorno. E voi ditemi ancor, nunzi volanti, che con alto governo regolate del ciel l’ordine eterno: da quei zaffiri mobili e rotanti, ch’han nel danzar sí numerosi corsi, danzatrice sí bella è scesa forsi? Giá di lá rispondete, e giá v’ascolto dai celesti zaffiri: — Donna umana non è costei che miri; se veder brami il ciel, mira quel volto: mira quel piè, ch’in maestá reale ha dagli angeli appreso il moto e l’ale. —