Versos Italian Girolamo Gigli Sparita è la menzogna

Italian poem

Sparita è la menzogna

by (1660–1722)

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Sparita è la menzogna Dalla sagrata loggia, Ma il tempio in se n’alloggia E cento e cento. Pioggia cascar mi sento Di lume in sulla mente, Che m’abbaglia repente, E mi fa notte. Dalle Cimmerie grotte Odo grand’urli e pianto; Che Giove a terra infranto E Marte cade. Non lungi è quell’etade, Ch’un turbine prepara, Che tutti di quest’Ara Ammorza i lumi. Del Tripode i profumi Veggio coperti e spenti; Onde n’andran dolenti E Palla e Giuno, La polvere raguno Di tanti Dei di legno, E tant’opra ed ingegno Un pugno serra. Da sconosciuta terra Verrà una fragil barca Di poche reti carca, E un pescatore. Questi sarà pastore Di mille uccise agnelle, E col sangue di quelle Sarà forte, Di molte agnelle morte Il Panteon sarà fossa, E sento il sangue e l’ossa Sotto il piede. Inchinati mia fede, E bacia il sacro suolo, Ove il beato stuolo Avrà sua tomba. Ma ecco che rimbomba Suon di cavalli e d’armi, E la bandiera parmi D’Oriente. Barbara avara gente Il ricco tempio spoglia E la dorata soglia, E ’l tetto augusto. Di sacra preda onusto Andranne il pino Greco, E gran tesoro seco Al Grego lido. Ma di Grecia mi fido E con lei mi conforto; Dacch’ella in Cielo ha scorto Il segno grande. Tessete le ghirlande Al Bizantino invito, Che il nemico ha sconfitto, E passa il ponte. Scordati pur dell’onte, Roma, di Grecia antica Di tua madre nemica, E a lei perdona. Ch’avrai per lei corona, E avrà sostegno e stato Il Pastore intanato Nel Soratte Il Tebro corre latte, Tant’è satollo il gregge, Ed è la nuova legge Alfin sicura. Il Cielo a Roma giura Stringer con lei sponsali, E le terre dotali A lei difende. Pluto con lei, contende; Ma sua contesa è corta, Che alfin l’oscura porta E sempre vinta. Tacete, io veggio spinta La Navicella in scogli; Ma tu, Ciel, la ritogli Dal periglio. Fugge senza consiglio Di quà, di là smarrita, E il Rodano l’invita, E quivi approda. Il Rodano l’inchioda In secca, che per calma Nè il nocchiero più spalma, O torna addietro. Roma è fatta ferètro E tomba di se stessa, E par, che la promessa Il Ciel non serbe. Ma il Ciel pasce tra l’erbe Dell’Etrusca riviera Agnella bianca e nera Del mio colle. Il Pastor Dio mostrolle, Ed ella al Pastor grida, Lo conforta e lo guida Al primo ovile. Siena riporta Aprile A Roma antica madre: Fuggite, o fiere ladre, Il guardian torna. La sposa si riadorna E sua virtù rappella: Mirate com’è bella, E com’è santa! Una colomba canta Al Vaticano in cima: Oh quanto si sublima ll suo gran nido! Popolo estranio infido Al Vaticano viene, E scioglie sue catene Al nuovo altare. Le travi onuste e rare Di questo ricco tetto Saran sostegno eletto A una gran mensa, Che ’l Vatican dispensa A tutto il Mondo pane Oh delizie lontane Al mio palato! Padre degli anni alato Affretta i voli tuoi, Apporta presto a noi Così bel giorno. L’alto convito adorno Precorron le mie brame: Chi di buon cibo ha fame Venga meco. Ma nella luce accieco, Ch’esce dal gran convito; Poi con fede m’aito, E m’incammino. Un Uom’ ch’ha del divino, E che per Dio là siede Abbagliato mi vede, E mi fa lume. Spiengansi due gran piume Di quà e di là dal seggio, Ed in fronte gli veggio Tre diademi. Mi par, che Averno tremi Allor che il passo ei muove: Questi è altro che Giove, E a quest’io credo. Alla Sibilla io chiedo, S’è uomo, o pur’è Dio; Ed ella al parlar mio Risponde: è Alnano. Al gran nome sovrano Io sento una gran scossa; Che la Terra s’è mossa, E poi si cheta. Egli alla Terra vieta, Ch’esca dal suo compasso, Nè vuol che turbi il passo Al pellegrino. Se al bel suolo Latino Marte minaccia affanno, Egli al temuto danno Si fa scudo. Il suo gran cuore ignudo, Vestito di speranza, Di folgore ha sembianza, Che spaventa. La Fede non mai spenta Nel sen d’Alnano invitto Senza strali ha sconfitto Ogni masnada. La doppia forte spada, Che in mano il Ciel gli ha posta, Più ch’ei tiene riposta, Più duella. Possente è sua favella, Quand’ei col Ciel ragiona; Lo disarma se tuona, E fa che rida. Nel labbro i favi annida, E mel da lui trabocca, Come a leone in bocca E dolce e forte. Vengon dall’Austro e ’l Norte Per bere al gran torrente: Sacra e profana gente Il vuole a saggio. Ciascuno in suo linguaggio Un metro se ne forma, E il canta, perchè dorma, Al figlio in culla. Ed il bambin trastulla, E dice: così canta Presso alla culla santa Il Pastor buono O quando vuol perdono All’ovil contumace, E l’aspettata pace Al Ciel dimanda, O quando altrui tramanda Luce di qualche vero Non inteso mistero, E ci conforta; O quando al Ciel fa scorta Con quattro nuove stelle, E le grazie novelle Al gregge impetra. A ogni sepolta pietra, Che al Lazio il tempo copre, Alnan la faccia scopre, E la ravviva Il Panteonne schiva Per lui del tempo i danni Ed i passati affanni In lui ristora. Ergi la fronte fuora Dal torbido tuo fondo, Fiume signor del Mondo E ’l lido mira: Arresta il flutto, e ammira Le vaghe eccelse scale, Onde Cerere sale, E Bacco a Roma. Mira ove più gran soma Del Mar ne fa tragitto, E l’antenna d’Egitto A Roma posa: La gran riva famosa, Onde il granito a Prisco, E ’l gigante obelisco A Cesar viene; E dalle Maure arene L’aurate poppe infrante, E lo schiavo eletante Con sua rocca: Ond’è che il flutto imbocca Al Mar con corso lento, Perchè inciamparlo sento In tante spoglie. Alnan quivi raccoglie Più nobili ruine, E fa più gran rapine Alla Fortuna. La povertade in cuna Scampa da gel, da Sole, E scampar l’età vuole Ancor canuta; E la man, che rifiuta Per debolezza il maglio, Nè puote in suo travaglio Aver suo censo; E quei, cui ’l giorno accenso A mezzo dì si cela, E al sepolcro fan vela Per conforto Saluta il nuovo porto Ogni uom, che sta in procella, Ove d’Alnan la stella Cambia fato, Chi nacque abbandonato Dalla poppa materna S’allata ivi e governa E si fa sazio. Non più nodrisce al Lazio La lupa i pargoletti; Che pietade gli ha stretti A un regio seno L’arte che venìa meno, Quivi è pasciuta e pasce, E gran semenza nasce A far gran messe: Quivi il color si tesse Da ben disposte fila, E l’ombra vi si fila, E ’l raggio, e l’onde: Uom, donna, e fior s’asconde Tra quei confusi nodi, Benchè all’occhio li frodi Chi gli ordisce: La bell’opra apparisce Sol quando si rivolta; E così fa talvolta Il sommo Iddio. Ordite al senso mio Vicende non comprese, La mente poi le intese Al dritto lume. Ma lascio e ripa e fiume; Che ’l Campidoglio chiama, E m’aspetta la fama, E la virtude. L’Oca della palude Più i Galli non v’accusa; Ma vi canta la Musa Col suo coro. Tornar parmi al lavoro D’Urbino il grau pennello, E l’illustre scarpello Uscito d’Arno. Suda, e non suda indarno, Virtude in Campidoglio, Che de’ lauri il germoglio Fa gran frutti. Alnan ne dona a tutti, E anch’io la man v’ho steso; Un ne chiedo, un n’ho preso, E più ne spero. Ma Alnan con ciglio fiero ll cantar mio riprende, Che la lode l’offende; Ond’è ch’io taccio. E la lira disfaccio, E in Cuma la sotterro, E il Panteon quì serro, E serro il Bosco.