Versos Italian Ippolito Pindemonte O giovinetta che la dubbia via

Italian poem

O giovinetta che la dubbia via

by (1753–1828)

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O GIOVINETTA che la dubbia via Di nostra vita, pellegrina allegra, Con piè non sospettoso imprimi ed orni, Sempre così propizio il ciel ti sia, Nè offenda mai nube improvvisa e negra L’innocente seren de’ tuoi bei giorni. Non che il mondo ritorni A te quanto gli dài tu di dolcezza, Ch’egli stesso ben sa non poter tanto. Valle è questa di pianto, E gran danno qui spesso è gran bellezza, Qui, dove perde agevolmente fama Qual più vaga si chiama. Come andrà l’alma mia gioiosa e paga Se impunemente esser potrai sì vaga! Il men di che può donna esser cortese Ver chi l’ha di sè stesso assai più cara, Da te, Vergine pura, io non vorrei. Veder quella in te ognor, che pria m’accese, Voglio, e ciò temo che men grande e rara Parer ti fésse un giorno agli occhi miei. Nè volentier torrei Di spargerti nel sen foco amoroso: Chè quanto è a me più noto il fiero ardore, Delitto far maggiore Mi parría s’io turbassi il tuo riposo. Maestro io primo ti sarò d’affanno, E per me impareranno Nuove angoscie i tuoi giorni, ed interrotti Sonni per me le tue tranquille notti. Contento d’involarti un qualche sguardo E di serbar nell’alma i casti accenti, La sorte a farmi sventurato io sfido. Tu non conoscerai quel foco in che ardo, E mireran tuoi bruni occhi ridenti, Senza vederlo, il servo lor più fido. Che se or ti parlo e grido La fiamma di cui pieno il cor trabocca, Farlo nella natía lingua mi lice, Che ancor non è felice Sì che uscir possa di tua rosea bocca. Più dolce e ricca sonería nel mio Se udita l’avess’io Sul labbro tuo: nè avrei sperato indarno Dal Tamigi recar tesori all’Arno. Nè la man che ora, sovra i tasti eburni Nel candor vinti, armonizzando vola. Or sulla tela i corpi atteggia e move; Nè il piè che disegnar balli notturni Gode talor, nè la tornita gola, Onde canto gentil nell’alma piove, Io loderò; che altrove Vidi tai cose, e ciò, di che altra s’orna, Non è quello che in te vagheggio e colo. Te stessa amo in te solo, Te dentro e fuor sol di te stessa adorna. La sola voce tua non è concento? Non danza il portamento? E cercherò se dotta suona o pinge Man che in eterne reti ogni alma stringe? Ma tra non molto, ohimè (nè mi querelo Altro che, invan, contra il destin mio duro)! Rivolgerò all’Italia i passi erranti. Non biasmi Italia più l’Anglico cielo, Cielo che più non è nebbioso e scuro Dal dì che apristi tu gli occhi stellanti. Consolerà i miei pianti Foglio che a me dalla tua madre viene, Su cui (deh spesso!) ella tuo nome segna. Felice madre, e degna Di quel che in te ritrova alto suo bene! Ma che fatto avrà mai di bello e strano Chi vorrà la tua mano? Non so sì grande e sì leggiadra cosa. Per cui degno un uom sia d’averti sposa. Canzone, a lei davante Tu non andrai: chè nè tua voce intende, Nè andar ti lascerei, se l’intendesse: Se un lontano potesse Creder mai ciò che in te di lei s’apprende, Volar dovresti alla mia patria sede; Ma chi ti può dar fede? A miracol non visto è raro data; Resta, del mio cor figlia, ove sei nata.