Versos Italian Ippolito Pindemonte Ippolito Pindemonte

Italian poem

Ippolito Pindemonte

by (1753–1828)

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Il regno ampio de’ venti Io corsi a’ miei verdi anni, e il mar sicano Solcai non una volta, e a quando a quando Con piè legger dalla mia fida barca Mi lanciava in quell’isola ove Ulisse Trovò i Ciclopi: io donne oneste e belle, Cose ammirande colà vidi; non che muro ed arco, Sasso non trovi che non goda un nome,

Le felici capanne, il bosco, il prato Veggo, e gli antri vocali e il sacro rio, E sedenti qua e là sull’erbe e i fiori, Tra’ lor cani e monton, ninfe e pastori; Dalla breve tirannia, Che turbò queste contrade, Ecco sorger libertade Più gradita e bella più. Ma durare, o patria mia, Sol potrà co’ tuoi costumi; Temi sempre, o patria, i numi, Ama sempre la virtù.

Dea, ti vedrò colà? — Forse», rispose, E rispondendo un sospir lungo trasse. illustri detti e forti Bevea l’orecchio cupido, e rinati, Sovra labbra novelle antichi sensi; E d’ogni parte del bel regno intanto Col destin, co’ desiri, e colle scritte Speranze in man de le provincie intere Giunger vedeansi i cittadini; accolta In breve spazio è Francia. Di tutta La sua pompa, e de’ suoi vezzi vestita E di fiamme o di tuoni il braccio armata La grand’arte del dir, siede e comanda Il silenzio e l’applauso.

Sia felice chi ’l può; poca in me resta Speme che a mutar s’abbia il mio destino. Che far poss’io finchè su cento piagge Sovra l’Adda, sul Po, Tebro e Sebeto, Ed or sul flutto d’Adria, or sul Tirreno Star deggio, ed in alcun non esser loco? Finchè tante parlar lingue degg’io, (?) Tante seguir leggi ed usanze, e tanti Scettri trattar nè averne alcuno? ed ambe Le mani, in così dir, mettea nel crine.

celarsi Sotto l’intreccio ancor di que’ frondosi Rami ospitali, e udir da lunge appena Mugghiar del mondo la tempesta, urtarsi L’un contro l’altro popolo, corone Spezzarsi e scettri. Ove siam, Vittorelli? e che mai visto Non abbiam noi? Fu mia delizia i giorni Condurre all’ombra de’ tranquilli boschi; Ma quale ornai v’ha gleba che il guerriero Sangue germano e gallico non lordi, O che il pianto del suo cultor non bagni? Villa mi biancheggiava in un bel colle Che distrutta mi fu. Qual prò se ancora Stesse non tocca? i circostanti oggetti Per me tutti cangiavansi. Quai fresche Ritrovo io qui memorie acerbe! e quanti Mutati dal dolor volti a me noti Rincontro, ch’io più non ravviso!

Ahi stolta Italia che spogliasti l’armi! Palla non vedi, cui son l’arti a cuore Vestire in lor difesa elmo e usbergo? Fonti e colline Chiesi agli Dei: M’udirò al fine: Pago vivrò; Nè mai quel fonte Co’ desir miei, Nè mai quel monte Trapasserò....

Melanconia Ninfa gentile, La vita mia Consacro a te. I tuoi piaceri Chi tiene a vile Ai piacer veri, Nato non è....

O sotto un faggio Io ti ritrovi Al bianco raggio Di caldo ciel, Mentre il pensoso Occhio non movi Dal frettoloso Noto ruscel, O che ti piaccia Di bianca luna L’argentea faccia Amoreggiar,

Quando nel petto La notte bruna Stilla al diletto Del meditar.... Mi guardi amica La tua pupilla Sempre, o pudica Ninfa gentil; E a te, soave Ninfa tranquilla, Fia sacro il grave Nuovo mio stil.

Tale tuum Carmen nobis, divine poëta, Quale sopor fessis in gramine, quale per æstum Dulcis aquæ saliente sitim restinguere rivo. Spenta del ver la bella luce, i buoni Quasi tutti restàr taciti e ascosi; Come, se tutto il solar globo ecclissa, Tace la schiera tra le frondi ascose De’ nobili pennuti, ed ai notturni Augei che sbucan tosto, il campo cede; E come accade di bollente vaso, Dove quel ch’è più impuro, alto galleggia.

Tutti s’alzaro nelle risa dando.... Il più scelto liquor bevono a oltraggio.... Sanno i disegni di chi stavvi sopra.... Ma ei mostrommi in pria quanto avea Ulisse.... Terra ire alcuni ad esplorar dall’alto.... D’onde siede Tra la selva che a lei corre d’intorno La gran città che dell’Insubria è capo, E or tanta di saver luce diffonde,

E se in pregio è così quest’arte cruda Che l’omicidio ed il furor consacra Non è in gran parte dei poeti colpa? contro il ciel, contro i paterni altari Vibrar non riverente un solo accento: Sempre la cetra in man? viver cucendo Sillabe, e andando con tremante cura D’un epiteto in traccia o d’una rima E tutta in suoni consumar l’etade?... Fosser più allegri almeno i carmi tuoi! Tu piangi ognora . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . Bello o no, dal cor mio viene il mio verso, Se molta in lui melanconia ripose Natura, e il verso da lui solo io traggo Come allegro il trarrò?