Italian poem
Dissertazione su i giardini inglesi
by Ippolito Pindemonte (1753–1828)
In vallem Egeriæ descendimus, et speluncas Dissimiles veris. Quanto præstantius esset Numen aquæ, viridi si margine clauderet undas Herba, nec ingenuum violarent mormora tophum! Benchè serbato a ree stagioni, e tutto Di cecità, di solitudin cinto, Così lo Spirto reo siegue il suo varco, Ed a’ confini d’Eden s’avvicina, Dove il delizïoso Paradiso Mirasi or più vicin con verde claustro coronar quasi di rurale sponda L’aperta sommità d’erta boscaglia, I di cui lati irti per siepi e dumi Altamente cresciuti ermi e selvaggi Niegan sentier. D’altezza insuperabile Ombra vasta, al di su, porgeano il cedro, Il pin, l’abete, e la ramosa palma: Scenica boschereccia! Ed ascendendo Per grado una su l’altra ombra, ne apparve Teatral selva di grandioso aspetto. Pur alto più, che le lor cime sorgono Del Paradiso i verdeggianti muri, Che al nostro primo Genitore un largo Prospetto dan sopra il suo basso impero, E alle sue vaste vicinanze intorno. Indi, alto più di quelle mura, in cerchio Frondeggia un filar d’alberi i più vaghi Carchi di frutta le più dolci e belle. Il frutto e il fiore di color dorato Ambo appariano a un tempo istesso, e tutti Smaltati di color diversi e gai, Dove il Sole imprimea raggi più lieti, Che in vaga nube a sera, o che nell’umido Arco, poichè irrigata ha Dio la terra. Sì amabile apparia quel bel paese! . . . . . . . Scorre per l’Eden verso l’ostro un largo Fiume senza cangiar corso, e per entro Selvoso monte sotterraneo ingolfa: Chè collocato ivi quel monte Iddio Avea del suo giardin come una sponda Alto sovra la rapida corrente, Onde l’umor per le porose vene Con benefica sete alto contratto Ne scaturisse il fresco fonte, e tutto Irrigando il giardin con più ruscelli; Quinci poi riunito in giù cadesse Dalla rapida balza ad incontrarsi Con la bassa corrente, ove all’aperto Fuor dell’oscuro suo varco apparisce: E donde in quattro principali fiumi Divisa scorre, e più famosi regni, Cui ridir qui non giova, errando bagna. Ben fora d’uopo dir, s’arte il potesse, Come da quella fonte di zaffiro I crespi rivi rivolgendo il corso Su perle orïentali e arene d’oro Per girevoli verdi labirinti Scorron nettare sotto ombre pendenti, Ed ogni pianta visitando, nutrono I vaghi fior, di Paradiso degni, Cui non industrïosa arte in diverse Forme di culto suol, ma in monti e in valli, E in piagge compartì l’alma natura Egualmente profusa, e dove il Sole Scalda fin dal mattino il campo aprico, E dove opaca impenetrabil ombra A mezzo dì la boschereccia imbruna. Sì questo ameno luogo era un felice Sito rural di differenti aspetti, Boschetti, le cui piante prezïose Gomma odorata e balsamo distillano, O le cui frutta di dorata scorza Con brunito splendor pendono amabili, Favoleggiate già in Esperia, e solo Qui vere, e di sapor delizïoso. Fra lor pianure e livellate piagge, E greggie a pascolar l’erbette tenere Stavan frapposte, o d’elevate piante Collinette coperte, o il grembo florido Di qualche valle di ruscelli piena La dovizia spandea de’ suoi bei fiori D’ogni colore, e rose senza spine: Veggonsi in altra parte ombrose grotte, E spechi di freschissimo ritiro Cui sopra, a tardo piè, serpe la vite Lussureggiante di purpurei grappi, Mentre le mormoranti acque, o disperse Cadono giù dalle pendici, o i varj Uniscon rivoletti in chiaro lago, Che al coronato margine di mirto Tiene innanzi il suo specchio cristallino. S’ode cantar de’ pinti augelli il coro, Cui zefiro gentil, che spira odori Di campi e di boschetti, il suono accorda Delle tremole foglie susurranti: E intanto Pan l’universal Rettore Con l’Ore e con le Grazie unito in danza Guida appo sè la Primavera eterna. Poichè lasciar gli avviluppati calli, In lieto aspetto il bel giardin s’aperse: Acque stagnanti, mobili cristalli, Fior varj, e varie piante, erbe diverse, Apriche collinette, ombrose valli, Selve, e spelonche in una vista offerse; E quel, che il bello e il caro accresce all’opre, L’arte, che tutto fa, nulla si scopre. Stimi (sì misto il culto è col negletto) Sol naturali e gli ornamenti, e i siti. Di natura arte par, che per diletto L’imitatrice sua scherzando imiti. L’aura, non che altro, è della maga effetto, L’aura che rende gli alberi fioriti: Co’ fiori eterni eterno il frutto dura, E mentre spunta l’un, l’altro matura. Nel tronco istesso, e tra l’istessa foglia Sovra il nascente fico invecchia il fico. Pendono a un ramo un con dorata spoglia, L’altro con verde il novo, e il pomo antico. Lussureggiante serpe alto e germoglia La torta vite, ov’è più l’orto aprico. Qui l’uva ha in fiori acerba, e qui d’ôr l’have, E di piropo, e già di nettar grave. Vezzosi augelli in fra le verdi fronde Temprano a gara lascivette note. Mormora l’aura, e fa le foglie e l’onde Garrir, che variamente ella percuote. Quando taccion gli augelli, alto risponde, Quando cantan gli augei, più lieve scuote, Sia caso, od arte, or accompagna, ed ora Alterna i versi lor la music’ora. E tra le fere spazia, e tra le piante, Se non quanto è con lei, romito amante.