Versos Italian Ippolito Pindemonte A Paolina Suardi Grismondi

Italian poem

A Paolina Suardi Grismondi

by (1753–1828)

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Dunque inferma tu giaci, e carmi detti, E d’Ascra il Dio, propizio a un tratto e crudo, L’estro ti dona, e non ti toglie il morbo? Oh potess’io vicin sederti al letto, E i sottil cibi, e le salubri tazze Di mia mano apprestar, ricordi e avvisi Porgerti, ed imparar per te nuov’arti Del buon vecchio di Còo discepol nuovo. Quello, cui dati son tuoi giorni in cura, Poco minor fia d’Esculapio, il credo, Ma perchè attento vegli, e tutto vegga, Perchè sappia abbastanza, egli non ama. Anche del mio peregrinar, di quanto Vidi più degno di tue brame, io farti Potrei parole, e novellando alcune De le noje fugar, che sul diurno Stanno con gli egri dișamabil letto. O Roma, o grande anche in la tua ruina, Tu godi assai, che il pellegrin da lunge Per alpi e mari a visitarti mova, Ma s’io venir fessi te stessa invece, Dal mio labbro dipinta, a Lesbia innanzi, Roma, più grato ancor so che ti fora. E chi fia che nol creda, or che l’imago, Onde infocarsi ancor più dee tua voglia, Pinta ne serbi, e che a l’orecchio intorno Caro tesor de l’aria, anco ti suona Lo stile, che de l’alma il bello insegna Come i fusi color quello del viso? Ma Partenope allor venirne anch’essa Vorria di Lesbia a gli occhi, ed alto udirla Parmi gridar le sue vetuste moli, Cui fe’l’arte di Sostrato immortali, Se vanta Roma, se l’Apollo, e i suoi Laocoonti, e meraviglie tante In gemma rilevate, o pinte in tela, Ho anch’io di che parlar: taccio le intere D’abissate Città spoglie ch’io serbo, E il monte, entro le cui viscere alpestri A cocchj e a passeggier bella d’antico Scarpel temeritade aperse il varco, Taccio, e ne l’opre a lei cedo de l’arte Paga che in doni di natura io vinco. Ove sorgere mai più dolci aurore, Ove cader sere più dolci, ed ove E di terra e di ciel riso più vago Fia che si vegga? questo mar di brune Barchette sparso, e d’isolette adorno, Questa riviera, questi colli, e queste Tra i mirti e i lauri biancheggianti ville Quale a gli occhi ed al core apron diletto! Chi può, non che veder, ma solo il nome Di Posilipo udir, di Mergellina, Che dolce non ne sia l’alma commossa? Qui piano in monte, o monte in pian cangiato, Vulcani, ove sedean pria laghi, e laghi Là ve sorgean vulcani, il suolo in molte Parti che fuma, e ch’arde in molte, e volve Da la bocca d’un giogo e fiamme e massi Roventi, e verso il ciel folgora e tona, L’altera scena, e ne l’orror suo bella Di chi l’alma non erge e non dilata Nel sen, che al crescer suo sent’ella angusto Così diria Partenope: pur ebbi Core d’alzar la vela, e quelle piagge Abbandonar celesti, e le Sicane Onde solcar: dunque col mio racconto Ne la Trinacria io condurreiti ancora. Per sacri avanzi, ampie ruine, e sassi Là tra il cardo e l’ortica ancor superbi, Ve molle piè non entrò mai di Ninfa, Passeggiar ti vedrei; su la fumante Ti scorgerei non meno ultima vetta Del grand’Etna, che solo ergesi, e pare Del ciel colonna; e nel racconto mio Senza un rischio fatal farlo potresti: Però che Pluto su quel monte, il sai, Per via troppo a lui nota un dì si tolse Proserpina, e Proserpina, cui l’atro Tartareo fumo e la continua vampa Ritinse il petto, e feo le guance aduste, E’ fama or più non sia l’amor di Pluto Cui di nuova Beltà punge disio. Ma quella notte, che d’in cima a l’alto Etna mirai, le tremolanti stelle, Ond’è l’azzurro padiglion trapunto, Stelle che di tal luce ardono, quale Pensar non può chi suol mirar dal basso; Ma quel mattin, che a l’alto Etna d’in cima Vidi, la terra e il mar, che a poco a poco Sembran come uscir fuor del Caos primiero, E le negre foreste e i tanti oggetti Nel lor natio color tutti ritinti Dal Sole che s’affaccia, e mare e cielo Empie di foco, e maestoso ascende, Qual Re del mondo, a cui l’Olimpo è trono, Ah nè tai scene, nè te, o Lesbia, mai Ben ritrarre io potrò ne’ versi miei. Poi dal monte calar rapidamente Potrei narrando a la città ch’or tienmi, Fiorenza bella, ed i notturni giuochi, Onde oblia lo stranier patria e ritorno, E i giuramenti che in partendo ha fatto, Pingerti al guardo: ed auree danze ordite Già dal lodato, cui rapio la Senna, Emulator de’ Piladi, e de gl’Ila, Ed aurei canti, e de la Music’arte Quel Pindaro, che s’alza a voli nuovi, E quando di se più tremar fa l’alme, Più lo vedi che poggia alto e securo. Come pericolante in mar naviglio Esce di vista, e allor che assorto il dici, Spunta da l’onda, e si conduce in porto. Poi sul tardo mattin vedresti come Di Vitruvio trattar la sesta come Ne’ bronzi vivi, e ne’ parlanti marmi Seppe Grecia emular l’Italo ingegno; Qui nel sasso mirando, onde Giovanni Del Centauro e d’Alcide uscir la pugna Feo col dotto scarpello, e là nel bronzo Che sotto al pugno di Cellin le forme Vestì di Perseo, e di Medusa: bello E’ nel sasso veder come a le braccia De l’Eroe che lo preme il mostro tenta Sottrarsi, tale che ogni muscol opra, E par de’ spirti suoi caldo ogni nervo; Bello è veder nel bronzo il Giovin prode, Che il teschio in una e in l’altra mano il brando Sta fiero, e sembra con larghi occhi e fissi Stupire ei stesso e inorridir de l’opra. Una scolpita Venere, una pinta Venere accanto, e sì vedresti in gara Con Ausonio pennel Greco scarpello. Io poi, non superbirne, i tuoi contorni In quella, e in questa i color tuoi ravviso. Oh quanti e quai dotti tesor! ma poco Niobe co’figli, che gli Dei mutaro Di carne in sasso e poi di sasso in carne Nuovamente Prassitele converse Sì che n’ebber gli Dei forse disdegno, Riterria poco gli occhi tuoi; che certo Ne lo stato ove sei, pascere imago Non dovria men che lieta il guardo e l’alma. Però non t’addurrei sepolcri ed urne Tacita a visitar: nè quella pure Combattuta così tra l’Arno e il Tebro Tomba di lui, che al suo vagir miraro Con si dolce occhio le tre Suore a gara; Nè l’altra di quel Grande, onde fu sparso Il ciel di nuove stelle, a cui lor fasi Sai che Venere e Marte e sai che Febo Confessò le sue macchie, invan sdegnoso. Ma troppo innanzi andò la penna, e veggio Che da l’aver ciò letto alfin sei stanca: Gravi son gli occhi, grave il capo, e questa Carta vergata, benchè forse cara, Veggio di man caderti in su le piume. Vieni, Lisetta; a i rai del giorno tutte Le vie rinchiudi: in placida quiete Vuolsi compor la tua Signora e mia . Che fai? no, lascia in su la bianca coltre Quella carta o Fanciulla: al farsi desta Forse rivolto a quella il primo sguardo Forse verrà de la mia Donna e tua. Or tutto è già scuro e tranquillo: o Sonno, Se fervente preghiera in te può nulla, Muovi, ti reca entro le ciglia, e varca Col tuo più dolce serpeggiar, tal nido Non piacer ti potria? varca nel seno Di Lei, che giace inferma, e carmi detta.