Versos Italian Ippolito Pindemonte A Angelo Mazza

Italian poem

A Angelo Mazza

by (1753–1828)

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Mazza, tu vuoi che d’un celeste io canti Nodo immortal: ma quai non colti prima Fior coglierò per adornar la Sposa? Chelebende, cheilvelo, elerecise Col crin speranze de gli Amanti io dica? Ma colei merta, il so, fregj novelli, E gemme in sen d’altrui non viste ancora. Pur, già che tu lo chiedi, ecco a te quanto Tra le mie solitudini Febèe L’altr’jer mi ragionava il cor nel petto, Eccolti, qual ch’ei sia, vergato e tuo. Pensier fallaci, lievi cure, e grave Pena in far nulla e in ragionar di nulla, A molti son de gli anni primi, e a molti La più gran parte ancor de gli ultim’anni. Tal però v’ha che del vano aere e fumo Che turbinando altrui rapisce e gira, Fuor esce, e tutto in se recasi ed entra, E in riposato e solitario nido Spera trovar felicitade intera. L’ingegno ei pasce, ed assottiglia; e quando Da Natura impetrar tenta per mille Domande una risposta, e quando s’alza Sopra Natura, ed in un mar che giace Fuor del visibil mondo, apre la vela. Ma o dà del legno in dure sirti, e immoto Rimanvi, o troppo s’abbandona al vento E le colonne, ove t’arresta scrisse Religion, supera audace, e incontra Scogli, Sirene, e perdimento, e morte, Chi poi levò più timoroso o saggio Nel mar Fisico i lini, andrà contento? Vana lusinga: isole senza porti Dopo cammin non lungo, ed inaccesse Spiagge ritrova; e se nocchieri a tergo Molti si lascia, ei non però felice Di lor fia più: ch’anzi il desio più cresce, Come stilla d’umor la sete irrita, Fin che dopo la tanta opra con mare Dianzi ancora infinito, e non ancora La sponda, onde salpò, di vista fuori, E da i stenti e da gli anni afflitto e vinto Chiude gli stanchi lumi al sonno eterno. Ma sbramar possa anche sue voglie: vegga Per quai misteriose interne molle Tutte del suo giardin le piante han vita; Come un frutto di queste in lui vien latte, Che ne’ rivi di porpora, ove imbocca, Si tinge anch’esso i membri stanchi avviva, Batter fa il cuore, e fa pensar la mente: Ed anche in ciel metta gli sguardi, e senza Velame alcun mostrisi a lui quell’alto Secreto amor, che la divina face Ne’ varj mondi accese onde a vicenda L’un chiama l’altro a se, con maggior voce, Quanto ruota più vasto, e men lontano: Che dirò più? sia tra’ mortali alfine Qual fora tra i Neutoni Angelo in terra: Come, se giunge a tal, potrà de l’alma Chiuder le porte a quel Tiranno antico, Contra cui nuoce l’esser grande, e ha schermo Debile spirto, a quel tiranno orgoglio, Possente sì, ch’entrar già seppe in cielo, Ove nè pria nè dopo alcun difetto, Non che reo vizio entrò, seppe i celesti Spirti contaminar, vincer le dive Sostanze, gli enti più vicini a l’ente, I più puri vapor di quel gran Mare, I rai più puri de l’eterno Sole? Miseri! da le care avite sedi, Dal patrio regno, onde tornaro indegni, Scacciati son dal Creator, che mille Rapidissimi fulmini contorce, E quei contorti, ancor n’ha mille in pugno. Caddero nove giorni: ivan mutando Sembianze e forme in lor’caduta, e come Come da Dio si dilungavan, tanto Perdean di quella luce aurea, che un bacio Del Creator, mentre gli uscian di mano, Avea di loro ne la fronte impressa: Quale Cometa, che dal Sol partita, Che il vaporoso avverso crin le indora, Prima riluce: indi l’impresso lume Va in suo cammin perdendo, ed erra alfine Pe i deserti del cielò ignota e trista. Ma la decima poi che sorse Aurora, Aperse il Caos le vaste braccia, e accolse Quegli astri spenti nel profondo seno, Ove tra cruccj eterni, e senza speme Di lunga elisse o eccentrico viaggio, Pagaro il fio del mal concetto orgoglio. Chi fu più saggio al prisco tempo e al nuovo Del figliuol di Davidde? al guardo inerme Per supremo voler s’offrio Natura, E a parlar non costretta o da crudele Chimica fiamma, o da spiante ferro Lacerator, tutto pur disse, e tutto Da le pudiche membra il vel si trasse. Ma crederem che il saggio Re da l’alta Più che umana virtù cadesse a un tratto Ne l’abisso de gli empj, e il suo Dio vero Con bugiardi mutasse insani Dei, De le non dotte sue Belle idolatre Vil gioco; e quando? in su l’età cadente, E vinte ch’ei n’avea l’insidie e l’arti Ne gli anni, che più duro il vincer era? Strano a pensar! dì che una colpa invece, Dinanzi a cui meno grand’alma è armata, Fece a l’altre la via: che il gran Monarca Cominciò prima a insuperbir di sua Gran sapienza: che da lui l’Eterno Piegò lo sguardo allora, e quel bel raggio, Che d’alto gli era ne la mente sceso, Mancò, s’estinse alfin: quindi fu preda De le straniere Amiche, onde il reale Letto ingombrò; quindi l’incenso e i voti Offri a gl’Idoli impuri, e l’Ammonita Moloch d’uman sangue bruttato, e vago Del grido de’ fanciulli arsi tra il foco Tempio ebbe e bosco, e Chamos gli ebbe, il Dio Cui l’Orgie oscene festeggiò Moabbo, E in Sion are vantò la Tiria Astarte, Che Luna, che del ciel Donna il notturno De le Vergin Sidonie inno cantava. A questi falsi Dei sul fin de gli anni Tra sue barbare Drude incensi e voti Arse e fece quel Re, che al suo Dio vero Prima il gran tempio alzò, mirabil opra, E futuro stupor d’occhio Romano, Quel Re, di cui ne l’Oriente saggio Più saggia alma non fu, che primo in Giudą Trafficante navile al mar commise, E l’oro del Tarsis, de l’Offir l’oro Sparse, ed al regno anima nuova infuse, E accese al popol suo giorni felici, Con magistero egual trattando a un tempo Filosofo la penna e Re lo scettro, Sola tu dunque, o Verginetta illustre, Sola sei dotta veramente e saggia, Tu che rinchiusa in solitarie mura Nè temi che desio di saper t’anga, Nè che l’orgoglio del saper ti nuoca, Ma di bella umiltà godi vestita Lo Sposo amando che fedel conosci E fedele adorando il Dio che ignori, Paga de l’amor suo ch’or ti promette La futura di lui contezza in cielo. Mazza, felice lei! che notti mena Più chiare assai de’ nostri giorni, vede Sorger più bello il sol, cader più bello, Cui batte più soave in volto l’aura, Meglio il prato verdeggia, più canori Cantan gli augelli, il rio piagne più dolce; E d’un più vago azzurro il ciel s’ammanta; Alfin cui bello è de la morte ancora L’aspetto, ove il maggior suo bene, e mira Schiuse a l’avido piè l’eteree porte.