Italian poem
A Angelica Kaufmann
by Ippolito Pindemonte (1753–1828)
Certo se di Filippo a i tempi d’oro, Donna immortal, gli occhi tu aprivi al giorno, Avria detto talun: perchè la cara Patria mentisci, e sotto il ciel d’Atene Nata, per qual follia figlia ti chiami De l’Elvetiche rupi, e mutar godi Col freddo Reno il dilettoso Ilisso? Così parlato avria talun, ma forse Non saprebb’ei, come d’un suol beato, E d’un beato ciel d’uopo non s’aggia Talor; come talor chiudasi ancora In Germanico petto un’alma Greca. Un’anima, che in se l’imagin vera De la beltade si ritrae, vagando Saggia, come di fiore in fior suol l’Ape, Di volto in volto anch’ella, e quinci e quindi Succhiando il meglio, ond’è che poi Natura Vince ne l’imitarla, essa che tutte Del Bel le parti, e non mai forma il Bello. Certo stupì, quando Natura vide, Donna, le tele tue; sa che fu pinta Da i concenti Febèi di molte Ninfe, Che de’ vati più degni emule andaro, Ma sa pur, che non mai sorse la Saffo De la Pittura, e che per man di donna Un Pindaro pittor non mai fu vinto. Così piacque a gli Dei, così Minerva Volle, Minerva, che si tolse in cura Gli anni tuoi primi; e quando il terzo lustro Rider ti vide e invigorire in fronte, Te di sua propria mano, e da mortale Occhio non vista a le felici piagge De l’Italico ciel la Dea condusse. Felsina e Flora i passi tuoi da prima Fermaro: ivi la Dea locò le belle Dinanzi a gli occhi tuoi maestre tele. Novo piacer là ne l’Eliso allora Sentir quelle onorate Alme, cui segue L’amor de l’arti prime anche sotterra, I tre di nome in un pari e di merto, E gl’immortai Guido ed Andrea, novello Piacer, come sin là ne giunse il grido, Che da man sì gentile i lor lavori Venisser riprodotti, e del vicino Miracol nuovo assai tra lor fu detto. Te curva intanto su le carte, e in mano Le fedeli matite, il Sol vedea Sorgendo, te vedea cadendo il Sole; Che di quello, onde più donzella è vaga, Non sollecita mai, poco del crine La grazia, poco il serpeggiar d’un nastro, Molto i tesori più riposti, molto I più cupi de l’ardua arte misteri Volgevi in mente, e la futura fama, Di cui già ti movea quell’aura in volto, Che dolce parla, e i bei sudor conforta. O Grecia, o Sparta, ben da’ tuoi lontano Van nostri usi e costumi! le Fanciulle Vedevi lotteggiar nel circo ignude, E da le belle forme il Greco artista Sempre attingea nuovo saper, conserva Facile potea far d’ogni bellezza; Ed ora, che un’artefice Fanciulla Al tacito chiaror di lampa dotta Nude contempli d’uom membra e ritragga, Legge contende di pudor, ma legge Onde più brilla, o Angelica, tua lode: Però che quanto a vivo esempio e vero I dintorni rapir più dura è impresa, Tanto maggior ne coglie util la mano, Cui la difficoltà scienza cresce; Come da un mar per molti scogli infame Torna giovin Pilota indi più saggio. Ma già maturo di sue cure il frutto Vede Minerva, e fa ritorno al cielo. E già, degna di lui, t’accoglie il Tebro, Che al tuo venir de l’onda esce, e col braccio Il Campidoglio, e il Vatican ti accenna, Sedi de l’Arti belle, ond’ei consola Gli Allor sfrondati, ed il perduto Mondo. Oh t’avess’io la prima volta innanzi Vista a lo sculto Apollo, innanzi al pinto Licèo d’Atene oh t’avess’io sorpresa! Gli occhi tuoi pieni d’un novello foco, Il volto pien de l’anima, che sopra Tutta vi corsé allor commossa ed ebra, Il tacersi, e il gridar, quell’inquieto Mover qua e là, lo starne a lungo immota, Tutto, anch’io dipintor, ritratto avrei Con l’Apollinee mie tinte, che forse Terrian dal lor suggetto eterna fama. Deh come avesti cor, Donna felice, I sette colli di lasciar, di gire Fin sul Tamigi, e con Britanna nebbia Il purpureo mutare Italo cielo? Tamigi invidioso, onda nemica, Dunque di tue rapine Italia sempre Dovrà lagnarsi? Ella già pianse un mio Concittadin Glicone, un Tosco pianse Protogene, e perduto ancor sospira Lui che in segnar con l’abil ferro, e il liscio In animar bronzo sottile al dolce Del taglio oltremarin l’esatta norma 2. E il gusto uni de la Romulea scuola. Ma ritornasti; e così volle, io credo, Quella tua Diva, che d’Italia, cara Terra a Lei sopra ogni altra, ebbe pietade: Tornasti; e Roma, la difficil Roma, Spiando il dolce tuo sacro ricetto, Vede i Partenopèi Numi, e la Diva Prole, mercè tuo creator pennello, Nascere un’altra volta, e lieta applaude. Così Londra godea, quando l’augusta Ninfa Calipso da le belle trecce Al sospiroso ver la patria Ulisse Tale parlar senti ne la tua tela: Sappia la Terra, e l’ampio Ciel superno; E la sotto sgorgante acqua di Stige Sappia, ch’io più non vieto il partir tuo, Benchè doglia infinita al cor mi sia. No, Greca non è men la tua Calipso De la Calipso Omerica: che vaghe Forme! che grazia, onde in te vive il caro Parmegianino! che sapor di tinta, Che pennel franco e non negletto a un tempo! Così godea l’ingentilito Russo Allor che vide il tuo dipinto Vinci Entro le braccia del buon Re Francese Morir veracemente: ovunque al fine Fur porte, il gaudio e lo stupor con seco Recaron l’opre tue: son caldi i volti, Giransi gli occhi, muovono le membra, Danno lor suono i serpeggianti panni; E splender quelle gemme ognor vi miro, Che da le cave del saper vetusto Trae pittor saggio, e tu traesti, o vera Del leggiadro decoro, e del costume Vario in seguir le leggi emula dotta De l’Urbinate, e di Pussino: e quando Su l’effigie d’altrui, che il tuo pennello Ritrasse, arresta alcun l’occhio beato, Dice: ei respira e parla, e su di questa Tela col volto suo sta l’alma ancora.