Italian poem
A Girolamo Lucchesini
by Ippolito Pindemonte (1753–1828)
Ne l’Isola gentil, gemma del Norte, Cui d’Havel e di Sprèe l’onda rigira, O dolce mio ne’ giovanili studj Compagno, e amico vincitor, che fai? Quai sono i tuoi mattin, quai le tue sere? Come di noi, d’Italia tua, che spesso Volge un guardo Materno ove tu sei, Serbi memòria? o de la corte l’aura, I rai del trono e quel che vedi e ascolti Nume terren, tanto a’ tuoi sguardi forse Fredde Nordiche piagge orna ed incanta, Che vile d’Arno la bell’onda, vile Scorre l’onda per te del sacro Tebro? Felice, ancor se libertà ti piacque, Essa, che d’ogni vago animo è cura. Nulla, fuor che virtù, sì bello è al mondo, Che il perderlo talora a l’uom non giovi, E le varie de l’uom sorti, nè liete Nè meste, in noi son pur come rugiada, Che dal loco ove sta prende il colore, Bianca sul gelsomin, verde su l’erba, Purpurea in su la rosa. E che? fors’anco Libertade non è che un nome un sogno Lusingator di non mai fermo spirto, Che tutto agogna, e sdegna tutto, a gli altri Inutil sempre, e spesso a se di pondo. Se felice son io, pensar che vale S’io libero non son? se il laccio è d’oro, Se bella mi vegg’io splendere intorno Gemmata rete, che mi stringe appena, Sospirerò la libertà vantata, Che talor priva d’ogni luce, e troppo Talor sentita alfin poi sazia e stanca? Te però saggio, te che certo hai l’arte Di goderti d’un bene, e che le porte A i desir nuovi, onde più bello è sempre Reso tutto oltra il ver chiuder saprai Te loda, o Lucchesin, l’amica Musa. Ma quai son le tue vegghie? ed a qual segno Drizzi lo stral de la tua mente? Febo So che spesso mutar gode Elicona Con Sans-souci, spesso mutar Sofia Parigi e Oxford gode col regio albergo. Tocchi tu mai le aurate corde? o tanto La rigida Sofia di te s’indonna, Ch’onta far temi, anche fingendo, al vero? Spiar gli arcani di Natura, e il nostro Ne l’utile comun volger diletto, Lodo: ma non curar poi d’altro? nulla De la commossa fantasia, dar nulla Del cor commosso a le domande, a l’urto? Creder nol so potea vicin d’Augusto Orazio non cantar? Lascio che cinto Il tuo Re de gli allor di Marte e Apollo Vince le guerre, ed a cantarle insegna Con l’anima medesma, onde le vinse. Non è bello veder tra schiere ed armi Muover le Donzellette di Parnaso, E sotto la real bellica tenda Miste fra i Genj de la guerra entrando, A Lui che siede, e su la destra appoggia La gloriosa umida guancia, a Lui Terger gli alti sudori, e in auree coppe Di nettare Febèo porger ristoro? ○ Lucchesin, sempre a te rida il cielo, E le tue vele Euro costante in alto Mantenga: io de l’ameno Adige in riva Stommi fra i patrj ozj contento. Anch’io Cinto d’auree catene: Amor n’è fabbro, E Fille intorno al cor le avvolge, Fille, Cara fanciulla, per cui sola io bramo Viver la vita mia, fanciulla cara, Per cui non temerei finir la vita. Fra le tenere cure io non m’avvolgo Tanto però, che l’arti mie non tratti, Se destra move aura da Pindo: al cielo Sale allora un volante Inno, o i coturni Mi stringo a passeggiar l’Itale scene, E m’apparecchio un nome oltre la tomba.