Italian poem
A Maria Pizzelli
by Ippolito Pindemonte (1753–1828)
Tardo co’ versi miei forse, o grand’Alma, Conforto io reco al tuo dolor lodato, Ma nè mi giunse pria l’alta sventura, Nè fatto prima io l’avrei forse, quando Caduto appena è il nuovo colpo, quando La recente ferita ancor distilla. Piangere allor, stracciar le vesti, i servi Stancar col duolo, e dir crudele il cielo, Questo sol giova. Ed oggi forse ancora, Mentre apprestando vo mediche note, Tocco una piaga non ancor ben salda, E intempestive le parole io movo, Benchè la luna in ciel settima volga, E possa omai senz’accusar se stessa La materna pietà cessar dal pianto. Ma se d’uopo ancor n’hai, perchè ti deggio Invidiar le lagrime, che sole Ponno domar., col saziarlo, un duolo? Già conforto miglior fors’io su questa Troppo a l’anima tua concorde Lira Mal cerco io stesso, e non mi resta forse Che teco sospirar, che pianger teco. Qual cresce al Liri, od al Sebeto in riva, Primo de’ campi onor tenero mirto, Qual suole al mattutin fiato de l’aure Tra la fresc’erba aprir candido fiore, Tale, e più vaga ancora in sue sembianze Violante sorgea, cui fra le care Nodria braccia materne il casto, e tutto Dolci spirante odor virgineo letto. Ahi donde uscì l’invidioso vento, Che svelse il gentil mirto, e sul bel fiore Chi passò con l’aratro? Acerbo, occulto, Lento, mortale, immedicabil morbo
Le discorrea per ogni vena, e quasi Studiando crudeltà, dal sen materno A poco a poco, e promettendo sempre Di ridonarla, ei la rapio per sempre. E pur la vidi, or varcò l’anno appena, Di vigor giovanil piena le gote, Le fresche gote, cui ne’lor colori Sanitade, e beltà tingeano a prova. Or qual prima, e qual poi, rara Fanciulla, Dirò de le tue lodi? ordine a i versi Dar io potrò? ma già nessun m’accusa, Se dar ordine a i versi oggi io non posso Or la beltà del viso, ed or mi chiama Del core la beltà: pudor sincero, E virginal modestia or veggo, ed ora Gli atti cortesi, il dir soave, il grato Saluto, il basso riso e il tacer saggio, E il bello stare in se raccolta, e il senno Maturo oltra l’età, grave oltra il sesso. Dolce mi suona ancor ne l’imo core La voce, che nel core imo io sentiva, Quando in musiche note armonizzata Tra la porpora uscia de i molli labbri Or senza moto, illividiti, e freddi. Quanta un punto rapio dolcezza al mondo Qual melodia, tacque per sempre! Il dotto Violante sciogliea ne le paterne Mura concento, e quasi ella non s’oda,
Nuovi le cadon sempre i plausi intorno, E la Vergin modesta de l’altrui Stupisce meraviglia. E pur qual ciglio Non era immoto, qual non teso orecchio, Qual non commossa mente; alma non calda? Ma no, muta or non è quell’aurea voce: Che a le nostre canzon quando si chiuse, A i sacri in cielo inni s’aperse, e or canta, Presso il trono di Dio col suon di prima, Che non cambiò per diventar celeste. Or chi potria stringere in metro i bei Costumi, il figliale amor, la schietta Riverenza a la Madre, oggi sì rara? Cose viste io dirò. Ma qui tu vieni Tu pur, Madre, nel canto: in lei s’ammira Pur te, chi ben riguarda, e senza i tuoi Volar non ponno de la Figlia i plausi. Molto in noi certo puote indole, e mente Cui del Bello a l’amor formò Natura: Ma l’innata virtù riceve impulso Da disciplina, e più s’afforza in petto, E se vien meno istruzion solerte, Spesso macchiasi ancora una bell’alma. Qual dunque non uscir devea figliuola Di mano a cotal madre? e quando furo Viste in pianta miglior cure sì belle, E su più docil suolo aura più fausta? Taccio l’esempio, assai miglior di tutte
Cure maestro, e la virtù sul labbro Materno udita e nel cor vista a un tempo, Virtù senza rigor, nuda d’orgoglio, Di forme si gentili, atti si dolci, Che ogni cor più restio vinto ne fora. Quindi non mai così del Sole avverso Trasse i color l’acquosa Iri, ed il lungo Manto ne variò piegato in arco, Come ne la materna opposta luce Tutta si avvolse, si ammantò, si tinse La Figlia, e splende già, già i suoi dispiega Color, di cui sagace occhio rimira Nel domestico Sol l’origin bella. Ma venne Morte, e dispario la nuova Iri da gli occhi nostri, ed orbo, e tristo Rimase il nostro Cielo. O eterno Iddio, Troppo l’Italo suol bello, e felice Forse ti parve, allor che dato appena Di ritoglier ti piacque un si bel dono. Che duol non n’ebbe Roma, e su qual ciglio, Che veduta l’avea, non sorse il pianto? Recisa non fu mai speme si bella, Nè si candida mente, alma sì forte Ne le vergini sue mai la Romana Vantò Cittade a i tempi suoi più duri. Oh pietà non più vista, oh pudor prisco! Oh inudita virtù! Chi porle a fronte Mai si potèo? chi a l’età nostra meglio,
D’esser promise mai Sposa fedele, Tenera Madre, e Donna mite e saggia? Miserabil Donzella! almen se qualche Forza hanno i versi miei, se il vero io canto Vivrà il tuo nome e poi che in te nol puote, Il valor tuo su queste carte almeno Risplenderà, fin che a le genti sacro Il tempio fia del Vaticano, e dolce Del sesto Pio la rimembranza a Roma. Ma già sia tregua a i sospir lunghi, e al lungo Pianto, o Madre, perdona: al ciel lo sguardo Alza, ov’è più sereno e Violante Meco rimira in su le stelle assisa. Per lei non era il nostro mondo: in Dio Fissa i pensieri e notte e giorno, e solo Dilettando lo spirto, e il cor pascendo Col desio di quel Ben ch’ora possiede, Tutto abborria quel che a si dolce cura Potea ritorla, e non ebbe altro a core Che digiun lunghi, ed abbracciati altari, E caldi voti, e il favellar col Cielo. Perchè struggi così, Fanciulla incauta, Questo fior di beltà, di giovinezza? Smunta è la guancia, e un pallor tetro il seggio De le rose usurpò: questa virtude, Questa istessa pietà ti perde, e un certo Rischio minaccia omai vita sì cara. Ed ella: se non posso in queste membra
Seguir, com’io vorrei, ciò che sol bramo, Aprasi la prigione ov’io son chiusa, E che tesse al desir crudo ritegno. Cresceva intanto il fatal morbo e presso De’ suoi giorni immaturi era la meta, E Violante anco su l’ore estreme Ciò fra se rivolgea: debili membra, Che si poco valete, e che d’impaccio Fin qui solo mi foste, alfin di voi Mi spoglio, alfin potrò libera e scarca A quello, in cui comincia, e in cui finisce Ogni pensiero mio, donarmi tutta, Senza che in me pongasi l’occhio senza Che infermo ne diventi un fragil velo. Tacque, e volò. Perchè dunque si piange? Perchè suona di grida il vuoto albergo? Torci da la ferale ultima pompa Gli occhi, o Madre, e poggiar vedila in alto, Qual novello sorgente astro, lasciando Lungą striscia di luce in suo cammino. Vedila in faccia al vero Ben far paghe L’alte sue voglie, e in quel gran Mar di lume Ber di quanto sofferse eterni obblii Certa del suo riposo: e se talora Piega da quello, e giù china lo sguardo, Non è già per vedersi a i piè di sotto I fissi nel gran vano astri sospesi, O le armoniche danze, che gli erranti
Tessono a quelli senza posa intorno; Ma il nostro globo sol ricerca, e solo Volge al caro Fratel, volge a l’amato Padre il cupido sguardo, e su la Madre L’arresta alquanto, e non però s’avvede Che già feo col pensier ritorno in terra. So on he fares, and to the border comes Of Eden, where delicious Paradise, Now nearer, crowns with her enclosure green, As with a rural mound, the champain head Of a steep wilderness; whose hairy sides With thicktet overgrown, grottesque and wild, Access deny’d: and over head up grew Insuperable height of loftiest shade, Cedar, and Pine, and Fir, and branching Palm, A sylvan scene; and as the ranks ascend Shade above shade, a voody theatre Of stateliest view: yet higher than their tops The verd’rous wall of Paradise up sprung: Which to our general Sire gave prospect large Into his nether empire neighb’ring round. And higher than that wall a circling row Of goodliest trees, loaden with fairest fruit, Blossoms and fruits at once of golden hue, Appear’ d, with gay enamel’ d colors mix’ d: On which the sun more glad impress’d his beams, Than in fair ev’ning cloud, or humid bow, When God hath shower’d the earth; so lovely seem’d That landskip. . . . . . . . . Southward and through Eden went a river large, Nor chang’d his course, but through the shaggy hill Pass’d underneath ingulf’d: for God had thrown That mountain as his garden-mold high rais’d
Upon the rapid current, wich through veins Of porous earth with Kindly thirst up drawn, Rose a fresh fountain, and with many a rill Water’d the garden; thence united fell Down the steep glade, and met the nether flood, Which from his darksome passage now appears, And now divided into four main streams, Runs diverse, wand’ring many a famous realm And country, whereof here needs no account; But rather to tell how, if art could tell, How from that saphir fount the crisped brooks, Rolling on orient pearl and sands of gold, With mazy error under pendent shades Ran nectar, visiting each plant, and fed Flow’rs, whorthy of Paradise, which not nice art In beds and curious knots, but nature boon Pour’d forth profuse on hill, and dale, and plain, Both where the morning-sun first warmly smote The open field, and where the unpierc’d shade Imbrown’d the noontide bow’rs. Thus was this place A happy rural seat of various views: Groves whose rich trees wept od’rous gums, and balm, Others whose fruit burnish’d with golden rind, Hung amiable, Hesperian fables true, If true, here only, and of delicious taste: Betwixt them lawns, or level downs, and flocks Grazing the tender herb, were interpos’d, Or palmy hilloc; or the flow’ry lap Of some irrigous valley spread her store,
Flow’rs of all hue, and without thorn the rose: Another side, umbrageous grots and caves Of cool recess, o’er which the mantling vine Lays forth her purple grape, and gently creeps Luxuriant; meanwhile murm’ring waters fall Down the slope hills, dispers’d, or in a lake, That to fringed bank with myrtle crown’d Her crystal mirror holds, unite their streams. The birds their quire apply; airs, vernal airs, Breathing the smell of field and grove, attune The trembling leaves, while universal Pan Knit with the Graces and Hours in dance Led on th’ eternal spring. — Lib. IV.
O Pindemonte, Italia Te pel cadente secolo Suo primo vate noma, Te per l’età vicina: E quei che a Metastasio Lauri ombreggiali la chioma, Al capo tuo destina. Non sul margine d’un rio Il cui roco mormorio Pare un dolce lamentar, Non soliamo all’ombra mesta Di patetica foresta Ad amor piace abitar. Sovra i campi ancor del sangue Tra chi spira tra chi langue Animoso egli sen va. De’ concilj più severi Tra i reconditi pensieri Penetrar furtivo sa.
Misero giovinetto! Basso ed oscuro il letto De’ sonni tuoi sarà, Ma fino ai dì più tardi Nella canzon dei Bardi Il nome tuo vivrà. Che sarà dell’infelice Genitrice? Duol l’assale ancor più rio Se ingannata talor erede Del tuo piede Pur sentire il calpestio. Siede a mensa, e te non mira, E sospira: Sa che più non può trovarti, E pur là dove più fosco Sorge il bosco Muove ancor per ricercarti.
Ombra fatal che sulla negra antenna Dal cupo abisso al patrio suol rivarchi, Mira e poi dì se alla fatai tua penna Dovea la Francia e simulacri ed archi, ecc. E voi, pennelli della Grecia degni, Rafael, Tizïan, Paolo, Correggio, Con lavoro sì fin l’ombra e la luce Mescolate da voi sulle animate Tele fur dunque perchè il vostro ingegno Da pareti straniere indi pendesse?... Se le immagini sculte o le dipinte Tante mura lasciaro ignude e meste. Quello almen che la terra in se confitto Ritenea ci restò. Folle, che parlo? Ecco tremando e rimbombando forte Muraglie aprirsi, ecco tremendi massi Staccarsi, rovesciarsi, e ondeggiar torri, ecc.
Colline ed acque Chiesi agli Dei: Il voto piacque: Pago io vivrò.
Nè quella fonte Co’ desir miei, Nè questo fonte Mai varcherò. Del meonio cantor sulle immortali Carte io vegghiava, e dalla lor favella Traeva io nella nostra i lunghi affanni.... Ma tu, d’Omero più possente ancora, Tu mi stacchi da Omero. Di costui ne tragge Irresistibil forza in quel profondo Di sua mesta dolcezza: a tal virtude Il ciel formò quest’animo gentile Sovra qual altra or ha sua stanza in terra.
Chi d’Ettor non cantò? venero anch’io Ilio raso due volte e due risorto.... L’erba ov’era Micene, e i sassi ov’Argo. Ma non potrò da men lontani oggetti Trar fuori ancor poetiche faville? Antica l’arte Onde vibri il tuo stral, ma non antico Sia l’oggetto in cui miri; e al suo poeta Non a quel di Cassandra, Ilo ed Elettra Dall’Alpi al mare farà plauso Italia.