Versos Italian Ippolito Pindemonte A Paolo Frisi

Italian poem

A Paolo Frisi

by (1753–1828)

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Frisi, non seguo io no gravi e severe Ninfe nè qui, nè in Pindo, ove sovente Con Erato m’accingo a far carole, Ma rado assai fermo in Urania il guardo. Pur odi: sul corcar del giorno d’jeri De le patrie colline io la solinga Costa salia, donde Verona intera Scopro, e il bel fiume che la parte, gioja Certo a mirarsi d’ogni mesto ciglio. Sillabe no, ma gia movendo in core Quell’arti, onde immortal vola tuo nome, Ed ecco alto ne l’aria un uom celeste Chiaro mi s’offre e manifesto innanzi; Ma quale dopo il lampo altro si mira Lampo guizzar fuor de la nube istessa, Tale or si mostra ora si toglie al guardo, Mirabile a contar! la nuova imago . Desio m’assale, e meraviglia; ed esso, Che il mio stupor mirò, la voglia intese, Ristette, e disse: io son quel Dio cotanto Propizio a chi del vero in traccia move Pe i labirinti di Sofia, chiamato Caso da voi. Nè che di stanza io muti, Perchè talor da gli occhi altrui m’involo, Pensar dovrai; ch’io son tra voi pur sempre, Ma vedere or mi lascio, ed or m’ascondo. Nessun può mai, se non mi scopre affatto, Farsi accorto di me: quinci tu vedi Ch’io porto il piè di tutte spoglie ignudo Per giunger non sentito; e sul mio volto Spesso balena schernitor sorriso, Perchè di voi, che propria opra vantate Quanto al mio Nume è sol dovuto, io rido. Pur chi non sa di mia possanza, e a cui Noto non è che primo padre io movo Del novello saper? Terso era Febo, . Piana era Delia; al globo nostro intorno Volgean Venere e Marte, e inonorato Senza i compagni suoi Giove rotava. Ed io gridai: con le sue macchie Febo Confessi che sul proprio asse di fiamma S’aggira, e mostri Delia il volto scabra Valli, onde, monti, e abitator prometta, E de’ numeri il freno anch’ella senta. Ruotino intorno al Sol Venere e Marte, E Giove ancor di quattro Lune altero, Che gli ruotino intorno, e vincan l’uso De gli ecclissi di Cinzia. E poi soggiunsi: Tempo è che il Ciel tanti astri suoi discopra Sconosciuti finor; che del lontano Saturno aggiorni le perpetue notti Con cinque fochi il multiforme Anello; E tempo, onde maggior l’arte divenga, Che stringe gli Emisferj in breve tela, E quella che su l’onde oltre Bengala Vola, e il vietato Austral mondo costeggia. Io così dissi: e un Olandese Artista Cui non avea giammai Palla sorriso, Di due lenti a traverso, una convessa, Concava l’altra, ed in acconcia adatte Distanza ecco traguarda, e trova il nuovo Senza cercarlo Uranico strumento, Che i notturni appressò cieli a lo sguardo Spiator lieto de’ celesti arcani. Di questo armato il Fiorentin Lincèo Or su l’Euganee, or su le Tosche torri Mostrar poteo quanto ebbe detto in prima Il Geometra Prusso: e fu mio dono. Fu sol mio dono ancor l’arte che a certa Misura il tempo assoggettò. La sacra Lampana che ondeggiava in tempi uguali, Benchè non fosse ugual l’arco segnato, Grande e veloce, o se minor più lento,’ Del Fiorentin su gli occhi io stesso appesi. Con questa lampa in man poteo quel Grande Diradar la densata ombra vetusta, Che l’alte leggi de’ moventi corpi Cuoprio si lunga età, dico di quelli Che in abbandono a se cadono, dico Di loro, che aman giù correre al chino, ○ sospesi brandir d’alto e pendenti; E l’immortal base gittò di quanto Gli altri sopra v’alzaro, e fu del cielo Neutonian non favoloso Atlante. E lo stesso Neuton quanto il mio Nume Ringrazia! questo ancora e basti alfine Ch’ogni vanto a ridir termin non fora, E me vedria narrante il dì novello. Per gli orti suoi, più degli Esperj, e chiari Più di quei d’Alcindo, giva a diporto If sagace Britanno, e gli occhi alzando, Ecco frutto cader mira dal curvo Nativo ramo. Ed allor fu che un nuovo Nel fecondo pensier cielo rivolse, Che i Vortici bandi, superbi ancora De gl’infranti Epicicli, e in dritto corso Spinse i pianeti, che pel vano immenso Cominciaro a volar, sempre acquistando Nuove forze per via; ma disse al Sole, Che dal loro cammin piegar li fesse, E a se medesmo li torcesse intorno Con quella forza, a cui benchè viaggi Per tanto lunga oltre Saturno elisse Pur la Cometa è ubbidiente, anch’ella Curvando intorno a lui l’indocil corso: Intorno a lui, ch’anni, stagioni, e vita Dispensa, e move immoto, ed aureo indora. Disse, ed io più nol vidi. E già la Notte Sorgea tacitamente avvolta e chiusa Nel trapunto di stelle umido manto, Che i bei vanti del Nume a noi racconta. Ma tu ben saggio, e di vagar tra gli orti Non pago di Sofia, movesti, o Frisi, Veloce al tempio, che de gli orti in mezzo A eterna, non mutabile, infinita Diva, cui porge onor Sofia medesma, Sacro torreggia, non visibil Diva, Ma il tempio stesso altrui l’annunzia, tutto D’Arabe cifre, e arcani segni ornato E per concorde cospirar di parti Mirabil sovra quanti il Sol rimira. Qui mai non entra il Caso, e quindi, o Frisi, Uscisti tu d’immortal luce adorno. Io ne’ freschi di Pindo antri rosati Spesso m’adagio mollemente: or pensa, Che nè men quelli al Caso apronsi mai. Tutto là pure è sol fatica ed opra D’ingegno e disciplina: o lui felice, Che a volar nato con Omeric’ala Per l’Italico ciel, l’arte di Maro Potrà far guida al dispiegato volo!