Versos Italian Ippolito Pindemonte Epistola 1 (Risplende appena in Oriente, e un…)

Italian poem

Epistola 1 (Risplende appena in Oriente, e un…)

by (1753–1828)

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Risplende appena in Oriente, e un fianco Del solingo mio letto il Sole indora, Ch’io con le dita frettolose il sonno Scaccio dagli occhi, e prendo in man la cetra. E come è fama, che nel sacro Egitto Di Mennone s’udisse il simulacro Risonar, tosto che di Febo i primi Purpurei raggi il percuoteano, anch’io, Tocco dal Nume degl’ingegni, mando Mattutine dal sen voci canore. Tu ridi, Amico: tu, che gli anni muto, Come un abitator dell’onde, vivi, E pur nascesti per cantar qual bianco Del suol, del ciel, dell’acque ospite cigno. Dunque un Mevio, ed un Bavio entro le mie Non colpevoli orecchie i lor malnati Versi non versi lancieran mai sempre; E tu, amor delle vergini di Pindo, Tu, vero fabbro di perfetti carmi, Starai dormendo su la fredda incude? So, che il desio di quel rimbombo vano, Che detto è lode, un saggio cor non move: Ed io pure squarciai per tempo il velo, Magico velo, sotto a cui le cose Di bugiardo splendor si tingon tutte. Ma quel musico alato, che rinchiuso In aerea prigion dal tetto pende Della stanza vicina, Amico, il senti? È forse amor di sospirata lode, Che gli affatica sì la crocea gola? Così ancor del mio petto escono all’aura Le armonizzate voci; e su deserta Piaggia marina, e nella verde notte Uscirian pur di solitaria selva. Nè però niego, che se mai le approva Il difficil di Tucca orecchio raro, E se Cloe nell’udirle apre un sorriso, Non mi assalga piacer: quindi fatica Non v’ha, che a me per adornarle incresca. Tu il sai: tu, che nel mio dolce ritiro Cerchi per me sovente la ritrosa, E tra le fibre più riposte e interne Del buon cerebro tuo tal or nascosta Parola illustre, che tra i lenti sorsi Dell’odorate Americane spume Scocca alfin dal tuo labbro, e d’improvviso Poetico fulgor quasi lampeggia. Talor dissento, e mia ragion difendo: E qui sorge tra noi subita pugna, Ma così breve, che nell’urlo istesso S’uniscon le placate alme concordi. Così vedi, se il mare Eolo conturba, Cozzar due flutti, e nel cozzar, passaggio Far l’un nell’altro, e ricader congiunti. Contese amiche, ed innocenti gare, Soavi cure, ameni studii e cari, Voi balsamo versale in quelle piaghe, Che del fato la man ci aprì nel core. Ove siam, Vittorello? e che mai visto Non abbiam noi? Fu mia delizia i giorni Condurre all’ombra de’ tranquilli boschi. Ma quale omai v’ha gleba, che il guerriero Sangue Germano, e Gallico non lordi, O che il pianto del suo cultor non bagni? Villa mi biancheggiava in un bel colle, Che distrutta mi fu. Qual pro, se ancora Stesse non tocca? I circostanti oggetti Per me tutti cangiaronsi: non serba Più quegli odori, e que’ colori il campo, Oro non è la messe, e discordato Mormora il rivo, che non è più argento. Vien subito a turbarmi ogni diletto L’atro pensier, che quelle verdi piante, Onde il piano si veste, e la collina, Del sangue uman, che ad esse intorno corse, Sì rigogliose crebbero, e sì verdi. Nè più nel fondo della selva credo Veder tra quercia e quercia le festive Driadi or mostrarsi, or disparir: ma scorgo Degli estinti guerrier l’Ombre nemiche Rinnovar l’ire non estinte, e tutto Di redivivo orror tingere il bosco. Fuggo dunque dai campi, e mi ricovro Tra mura cittadine. Ma quai fresche Ritrovo io qui memorie acerbe! E quanti Mutati dal dolor volti a me noti Rincontro, ch’io più non ravviso! Io stesso Delle piangenti donne al petto appesi Vidi succhiar più lagrime, che latte, Gli appassiti bambini: io stesso quelle, Che figli non avean, rendere udii Dell’infecondo sen grazie agli Dei. Più non brillava, che sul labbro ignaro De’ fanciulletti, il riso; il feral bronzo, Che suol pianger chi muor, gli orecchi nostri Non atterriva più; d’invidia oggetto La tranquilla si feo tomba degli Avi; E un ben solo spuntò fra tanti mali: Bello a mostrar cominciò Morte il volto. Deh quale io corsi con le incaute dita Trista corda a toccar! Perdona, Amico, Se di lugubre troppo, e ingrata veste, Poichè a te volar dee, s’avvolse il canto.