Italian poem
A Silvia Cutroni Guastaverza
by Ippolito Pindemonte (1753–1828)
E in riva al Tebro, ed al Sebeto in riva Veggio gran Donne e Cavalier la scena Passeggiar di Melpomene, ed il labbro Di cari pianti eccitator n’ascolto: In me poi torno, e de la mente gli occhi Volgo con un sospiro al Ciel natio. Dunque tra polve inonorata, e mesto Del lungo, a che lo danni, ozio abborrito Giacerà sempre, o Silvia, il tuo coturno? Inutile del ciel dono perduto Fia dunque in te la rara arte che puote Far riviver gli estinti, e tesse inganni Del vero assai più dolci, e pianti crea, Onde s’oscura d’ogni riso il vanto? Indarno sarà tua quella leggiadra Tinta in ogni color docile voce, Quella d’occhi eloquenza indarno tua, E per nulla ogni grazia avrai compagna, Quelle che al braccio., che dan leggi al volto, E quante in cura hanno l’andar, lo starsi, E l’atteggiar de la persona tutta? So che Donna gentil, benchè da scene Lontana, invan non è di vezzi adorna, E che inutile dono un occhio, un labbro Mai non fu ne la scena ampia del Mondo. Ma ciò, di quello al paragon, ch’è mai? Per nobile orto Venere, tiranna Dolce de l’Universo, i passi mova, O in auree stanze favellando sieda, Le basteran tre Grazie; i tristi veli Fa che si cinga, e i Sofoclèi ricami, E di finger le nate a’ duri casi Berenice e Zenobia in lei s’accenda Nuovo desio, ne vorrà cento intorno. Molte in donna gentil grazie lodate, Cui sacra legge di pudor, d’usanza Vieta il mostrarsi, altre che figlie sono D’un tempestoso e traboccante affetto, Solo tra scene apparir ponno, dove A l’arte di piacer più assai si dona, E finger lice quegl’interni moti, Ch’è delitto mostrar per tutto altrove. E quai nuovi tesor di tempre ignote La voce intanto non dischiude, e quali Armi riposte l’occhio allor non trova, O tremulo gioisca, o per nascente Lagrimetta rosseggi, o lampi vivi Scocchi, e d’ira o d’amor vive faville? Credi pur che dal tuo labbro, e da i luml In un co’ detti, e in un co’ sguardi move, E su la turba, che tacendo siede, Piove tempesta di sì acuti dardi, Quali Amor non ne trae di sua faretra. Allor d’Aurisbe e Lidia il cor sorprende, Benchè il labbro di plausi ogni altro vinca, Tacita invidia, e timor rio non fidi Serbinsi gli Amator: le vecchie Donne Poter Silvia chiamar vorrian lor figlia, E i Padri gravi riscaldarsi il ghiaccio Senton de gli anni, e la lor mente al primo Dolce tempo rivola, e ne sospira. Ma con un di que’ dardi al cor disceso Riede a i Penati il giovinetto Aristo: Non vede anco il suo mal; ma poi che diede A gli origlier la guancia, e che le stesse Tenebre acceser più la mente inferma, E chiuder gli occhi al sonno, e non può loco Trovar, che piaccia a l’inquieto fianco, Così dentro il suo cor pensa e si lagna: Deh qual Nume possente, e ancor mal noto M’agita? ah non mai pria che gli occhi miei Splender vedesser te da quelle scene, Donna celeste, io non provai tal notte. Oh fortunati quei, che ponno i vaghi Scenici ludi esercitar con teco! Ma più felice, e a’ Numi egual chi mai Non passa un dì che non ti vegga e ascolti, Che può teco seder, teco gli ombrosi Cercar passeggi solitarj, e forse Ne’ luoghi più solinghi esserti Mondo! Tai cose ed altre il giovinetto Aristo Rivolge, e solo non è a dirle Aristo. A sì vivi piacer, trofei sì cari Dunque Silvia rinunzia, e Silvia è donna? Ma v’ha più molto ancora, e donde lieta, Donde ben puote andar superba un’alma, Ch’oltra il sesso e l’età sentasi grande. Dotta Minerva sotto il bel sembiante Di Venere apparir; pinger Natura, Ed abbellirla entro i confin più giusti, Dal basso, in cui talor mano Lombarda Tinge, non lungi men che da i pennelli Inverecondi del miglior Fiammingo, Ma le vedute in ciel forme gentili De l’Urbinate, ed emulare a un tempo Del Zeusi di Cadòr le tinte vere; Col poeta, di cui sul labbro i versi Rechi, divider tu l’uffizio illustre, Onde speme o timor, pietade o sdegno, Gioja inspiri o tristezza altrui ne l’alma, E sei, non meno che Francese in Lilla, Romana veramente in riva al Tebro, E col poeta anco partir la lode, Tal che al suo nome il nome tuo vicino, L’uno de l’altro reflettendo il lume, Vivan pel cielo Ausonio eterna vita: Ciò non ti muove, non t’accende, il lungo Tosto scior non ti fa lugubre sirma, E al lucido volar palco notturno? Puoi tu.... ma già veder parmi dal tuo Volto uscir lampeggiando il bel desio, Già dimore non soffri, e il labbro addestri Al tragico lamento, ed ora il velo, Or solinga il pugnal tratti, e ti veggo Figurar doglie, ed atteggiar paure, Speranze colorir, gioje scolpire. Oh chi a le falde mi trasporta tosto Del patrio Monte, ed a la pinta scena, Cui passeggia il tuo piè, mi posa innanzi! Di Partenope e Roma io più non curo Le delizie e i piacer, gli studj e l’arti, Già del Siculo mare il sospirato M’esce dal cor viaggio, e i templi antichi, E il grand’Etna per me già sorge invano. O Ninfe del Sebeto, il vostro riso Non mi ritien; Silvia, ogni ceppo io frango, E su l’Adige vengo a pianger teco, E il petto anch’io di quelle tue saette Presento al tempestar fatale e caro.