Italian poem
A Antonio Selva Veneziano
by Ippolito Pindemonte (1753–1828)
Selva, quel tempo or più non è, quel tempo Che vedea de l’attonite lagune Nascer dal fondo, e alteri al ciel salire I marmorei palagj, onde l’imago Godono avere in sen l’acque soggette, E per cui lo stranier leva sovente Da la bruna barchetta il guardo, e mira. Gli atrj, e le sale ora più grazia alcuna Non hanno, e in mura anguste, in picciol tetti Più bella divenir sembra la vita. Non è follia gittar ne l’onde l’oro, E gran moli a i nepoti ergere, come Se de i nepoti assai caler mi debba? Grida il secol filosofo; che molto Di se, nulla d’altrui scorre pensoso. Stanze ad arte tagliate, onde perduto Del loco un fil non sia, drappo Cinese, Perso tappeto, rabescate volte, Molli sedili dal profondo grembo, E lucide vernici, e bronzi aurati, E la Misniaca, o Giapponese argilla, Ei penduli cristalli, ove le accese Faci moltiplicarsi, ove si vegga Più volte riprodursi un solo oggetto, E del crin non turbato Elisa, e possa Clòe de la fedeltà de’ suoi cinabri Rendersi accorta, ovunque giri il guardo, Son ben altro che aprir portici e logge, Una colonna alzar, voltare un arco De’Sansovin con l’arte, o de’ Palladj. Più molle gira il secolo, e più molli Con esso ancor volgono l’arti, e queste Arti di voluttà figlie soavi Mostransi appena, che ogni cor già n’arde, E più sempre s’afforza il loro impero; Perchè se dolci offre un sedil riposi, Se novel cocchio i cammin più aspri agguaglia, Ciascun ne gode, ed ha per questo un’alma, Ma non gode ciascun, se dotto Artista, Seppe trarre dal marmo un volto vivo, E se in tempio o palagio unir le parti Così poteo, che solo intente al vero Utile offizio lor, pur tutte un tutto Congiurino a formar pien di bellezza, Ciascuno in sen non ha per questo un’alma. Nulla più dunque, o Selva, a te varranno Tante, la sesta in man, notti Romane Si ben vegghiate? nulla dunque i veri Su l’atra sera, e sul mattin rosato Del tuo Vitruvio oracoli sudati? Invan da i sacri avanzi, e da le dotte Reliquie avrai con la fedel matita. Rapito il più bel fior de l’arte? invano Stancato avrai l’insaziabil ciglio Sul magno Anfiteatro, a la rotonda Mole d’Agrippa intorno, a quella mole, Che poi l’audace man d’un uom Toscano Osò slanciar ne l’aria, e albergo degno, Se tal può dirsi mai terrestre albergo, Crear nel Vaticano al Re de’ Cieli? Ma no, che invan sempre non fia; tu segui La bella impresa, e dal sentier lodato Non torcer punto: ampio torrente è il tempo, Che tutte giù mena le cose, e queste Col lungo rotolar, col mutuo urtarsi Sito, forma, color mutano sempre. Virtù modesta e vera a lungo ascosa Starsene può, ma vista è alfin; nè tale Mai le s’addensa intorno ombra nemica Che la bella sua luce alfin non vinca. Non vidi io teco il buon Querenghi oscura Tra i dotti ozj Roman viver la vita? Ed or sul bianco Neva, ove l’augusta Donna immortal chiamollo, altere moli, Ed alza il nome suo con quelle al cielo. Artista saggio nel cammin suo dura Costante quella instabil Dea, che spesso Suol chi fugge seguir, fuggir chi segue, Nè incensa, nè bestemmia: ella a trovarlo Ne l’erudito suo dolce ritiro Volontaria poi vien; ma nè le porte Chiud’egli a l’entrar suo, nè spesso mira Da gli aperti balcon, se mai giugnesse A l’erudito suo dolce ritiro, Qui nel sen de le care arti felice Guida intanto l’età: l’avida mente De l’imagin più vaghe, de’ più vaghi Fantasmi ei pasce, oggetto a lui non s’offre, Che di se tosto non l’accenda, il guardo Su le proporzion più giuste solo Conduce, e innanzi a lui quella beante Sta sempre mai diva armonia, per cui Bella è al mondo ogni cosa, e bello è il mondo. Lui non speme o timor, desire o sdegno Mai volve e cruccia; il più crudel nemico De l’uom, la noja non può nulla in lui; La pace sua, l’eredità del padre, E la cara salute, e i dolci sonni Non perde nè su pinta avversa carta, Nè dietro i passi d’una nobil Frine, Che d’aver seco d’una tempra il core, D’una tempra la mente a lui ripeta: Altro idolo ei non ha, che ne la bella Madre de l’arte sua, l’alma Natura, Che tal si mostra a gli occhi suoi, qual mai Rozzo guardo volgar non la contempla. Ei così vive; alfin nel suo ricetto Fortuna d’improvviso entra, e per mano Lo prende, ed a real Corte il conduce, Care a vedersi per far opre, e quelle, Ch’ei non sentì giammai, barbare noje Da l’animo a sgombrar di quei, che il vulgo Pensa del sommo ben vivere in grembo. Ma riman quel di pria: l’avvelenata Non corrompe il suo petto aura di Corte, Ove spesso la man che pinge, o intaglia, O alberghi segna da innalzar, fra tante Non oziose mani è la più pura. Tal fia, Selva, di te; verranno i giorni Più lieti no, ma più lucenti; ed io Gioirò de l’aver prima cantato Le glorie tue su la presaga cetra.