Italian poem
Canzone XVII.
Io non so qual maggior dispetto sia, che aspettar quel che ’l cor brama e disia. Ogni ora a chi aspetta pare un anno, ed ogni brieve tempo è troppo lungo: color che ’l pruovon, molto ben lo sanno. Io son di quei che dicon: — Ora la giungo: — e, quando ben nascessi come il fungo, mi par che troppo al mio bisogno stia. Quel ch’io aspetto, e’ me lo par vedere; quel ch’io vorrei, e’ me lo par sentire: s’i’ penso a quel ch’io spero presto avere, parmi vederti lieta a me venire; ma poi per doglia sono in sul morire, ch’io veggio vana ogni speranza mia. E il core a oncia a oncia si distrugge: pure aspettando, io mi consumo ed ardo; e priego il tempo, che sí ratto fugge, che sia al passar via piú lento e tardo. E, mentre che il passato indrieto guardo, veggo il presente che se ne va via. Donna, deh pon’ rimedio a questo male! Tu non t’avvedi forse, poveretta, che tu se’ a te stessa micidiale, ch’è maggior danno, sendo giovinetta. Abbi compassion di chi aspetta, e della tua bellezza e leggiadria!