Italian poem
II. Apollo e Pan
È un monte in Tessaglia detto Pindo, piú celebrato giá da’ sacri vati, ch’alcun che sia dal vecchio Atlante all’Indo. Alla radice l’erba e’ fior ben nati bagnon l’acque d’un fonte, chiare e vive, rigando allor fioretti e verdi prati. Poi, non contente a cosí strette rive, si spargon per un loco, che mai vide il sol piú bello, o d’alcun piú si scrive. Penèo è il fiume, e ’l paese, che ride d’intorno, è detto Tempe, una pianura, la quale il fiume equalmente divide. Cigne una selva ombrosa, non oscura, il loco, piena di silvestre fère, non inimiche alla nostra natura. Vari color di fior si può vedere, sí vaghi, che convien che si ritarde il passo vinto da novel piacere. Quivi non son le notte pigre o tarde, né il freddo verno il verde asconde o cela, over le fronde tenere ritarde. Né l’aer nubiloso ivi congela il frigido Aquilon, né le corrente acque ritarda il ghiaccio o i pesci vela. Del Sirio can la rabbia non si sente, né par ch’a terra i fior languenti pieghi l’arida arena, anela e siziente.
Né si fende la terra, acciò che i prieghi suoi venghino agli orecchi di Giunone, che l’acque disiate piú non nieghi. Eterna primavera una stagione sempre è ne’ lochi dilettosi e belli, né per volger di cielo han mutazione. Le fronde sempre verdi e’ fior novelli, come producer primavera suole di primavera il canto degli uccelli. Febo ancor ama il loco, e ancora cole il laur suo, s’egli è; qual meraviglia, se ’l verno temprato è, men caldo il sole? Del padre ambo le rive occupa e piglia Dafni, e talor, piangendo, crescon l’onde, tanto che toccan pur l’amata figlia. Nell’acque all’ombra delle sacre fronde canton candidi cigni dolcemente: l’acqua riceve il canto, e poi risponde. Poiché le frondi amò sempre virenti Febo, lasciôro il fonte pegaseo i cigni, e ’l canto loro or qui si sente. Sopra ad ogn’altro loco Apollo deo questo amò in terra dal surgente fonte, fin dove perde il nome di Peneo. Ma piú dopo l’eccidio di Fetonte, che lui per la vendetta del suo figlio fece passar a Sterope Acheronte. Onde irato il rettor del gran concilio, per punir giustamente il grave errore, gli die’ del ciel per alcun tempo esilio. Allor abito prese di pastore; ma poca differenzia si comprende dalla pastoral forma al primo onore. L’arco sol, che da’ sacri òmeri pende, il quale giá esser aureo solea, ora è di nasso e piú splendor non rende.
Cosí l’aurata lira, che pendea dall’altro lato giá nel suo bel regno, di macero era, ed or piú non lucea. L’eburneo plettro giá or è di legno; gli occhi spiravon pur un divin lume: questo tôr non li può chi nel fe’ degno. Servano i biondi crini il lor costume; ma dove li premeva una corona di gemme, or delle fronde del suo fiume. Cosí fatto pastor or canta, or suona; or ambo le dolcezze insieme aggiunse talor con Dafne, or con Peneo ragiona. Sentillo Pan un giorno, e, poi che giunse dov’era, disse: — Che sí ben cantassi, pastor mai guardò armenti o vacche munse. E’ converria che teco un dí certassi; ma a me iddio saria certar vergogna con chi osserva degli armenti i passi. — Cinzio pastor a lui: — Non ti bisogna questo riguardo aver, ché la mia lira cosí degna è come la tua zampogna. Se non conosci il canto, gli occhi mira. — Conobbe Pan colui, che adora Delo, per lo splendor che da’ santi occhi spira — Ed or con molto piú ardente zelo canto — disse — colui che Arcadia venera, piú che ciascun abitator del cielo. — E Delio: — Questo in me gran piacere genera: contento son. — Cosí ciascun s’assise sopra l’erba fiorita, verde e tenera. All’ombra di Siringa Pan si mise, che dello antico amor pur si ricorda: ella si mosse e quasi al canto arrise. Tempera e scorre allor ciascuna corda Apollo all’ombra del suo lauro santo: Pan le congiunte sue zampogne accorda.
CANTO D’APOLLO
CANTO DI PAN
Chi puote ostar alle costanti ruote, e pregando piegar l’empie soròre, o bagnando di lacrime le gote? Chi può fuggir, Cupido, il tuo furore? Siringa sai, quanto al seguir leggieri fe’ giá i mia piè, benché a te piú il timore. Poiché non fe’ pietosi i duri imperi Dafni colla sua morte, alcuno amante trovar pietate in lui giamai non speri.
Empiêro le spilonche tutte quante di mugghi fier leoni, e pianto tristo sudorno i sassi e le silvestre piante. Licaon, lacrimar mai non piú visto, ne pianse, e quei, di cui la forma prese col figlio giá la gelida Calisto.