Versos Italian Lorenzo Magalotti Questa di fino argento

Italian poem

Questa di fino argento

by (1637–1712)

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QUesta di fino argento Sottil lamiera in picciol’urna avvolta, Oh quanto ha in se raccolta Cara gioja de i labbri, almo contento De i cuori e della vita Robustezza infinita! Ella, se tu nol sai Da quelle nevi di gran sale asperse, Mille e mille diverse Dolcezze entro concepe, e forse omai Nate già sono, e tosto N’andrà confuso Agosto, Agosto sì, quel crudo Distillator di vive carni: io spero Di riveder l’altero Batter di freddo, e di sue fiamme ignudo: Odi, come orgoglioso Spiega il mistero ascoso. Questo, dic’ei, che intorno Tutto n’appanna quel vasel geutile, Tanto à sudor simile, Sudor sarà, che in sì bollente giorno Col mio gran caldo estremo Fin dall’argento io spremo. Sudor? Se sia sudore Tosto il vedrai: ma che minaccio? Aspetta. Nise, di quell’urnetta Svogli la vite aurala, e fanne fuoco Colle tue man di rose Quelle nevi odorose. Eccolo morto: Oh come Giacque disteso in sul terren bruciato Al fulmine gelato! Senti arsicce divampate chiome Nel freddo esalo spente Fischiar, quel ferro ardente. Ma qual stupor m’appare? Mira, che qual dall’infuocato seno Monte d’ardor ripieno Vomita fumi ardenti, e ’l Cielo, e ’l Mare, Non che la Terra involve Nell’infiammata polve: Tal, mentre aperta in giro Questa gentil vorago all’aria, a i venti Erutta vampe algenti, S’empie il Ciel di rugiade; almo respiro N’ave la Terra, e ’l Mondo Ne ridivien fecondo. Nise tanto più bella Quanto infiammata più, deh vieni, e questa Dolce a sorbir t’appresta In sembianza di gel vita novella. Non è gentile Oh quanto Dal sì piacerti ha vanto! Nise, tu pensi e studi Or colle mani, or colla lingua esperta, Qual peregrina incerta Mista a sapor fraganza indi trasudi. Che di? di Gelsomini? Pensa, se l’indovini. Ti dò a pensar due lustri, E se t’apponi, io voglio perder queste Legate in oro e inteste Di fine gemme due gran tazze illustri Onde tremar fei spesso La Schelda e l’Istro istesso. Eh semplicetta! Eppure Eppure, ignorantella! ancor t'affanni Per raddoppiart’inganni Sai tu quel, ch’è? dell’Indiche culture La più odorosa figlia La bruna Vainiglia, Essa gran tempo assorta Nella polve, che a noi sì dolce invia Per nambuco, o batìa, Sì soave di sè la riconforta, Ch’indi assai più ne molce Coll’odor, che col dolce. Quì poi tua mano industre Corra sprizzando l’odorata scorza Di quello, onde si sforza Farsi ricca Toscana, Arancio illustre Che dalla China al Tago Fu sì di correr vago. Dal doppio odore asperso, Oh che zucchero, Nise! e se lo stempri, E dolce suo contempri Con di quell’agro in polpa entrovi immenso Oh con che cari nodi Fia poi, che ’l gel l’annodi! Or via del buon Vitelli, Che regalo gentil mi fè cortese, In sù quest’ore accese, Rammemoriam gl’illustri fatti: e quelli, Finchè ne ferve il Cielo, Smaltiam di questo gelo, Di questo gel, di questo Sacro di fresca vita almo elisire: E quanto le bell’ire Sangue costaro alla Germania infesto, Tanto versiam su i cuori De i congelati umori.