Versos Italian Ludovico Ariosto II. - Amanio?. Perché Dio, l'Italia è...

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II. - Amanio?. Perché Dio, l'Italia è...

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Luce eterna del ciel, che da quel giorno che prima al nostro Adamo ti mostrasti, di etá poi in etá sempre servasti l’ordine fermo al tuo girare intorno; qual nuovo impero a tant’alto soggiorno, qual mai piú strana forza, o almo Sole,

o intelligenze sole, vi ferma il corso o vi rivolge indietro? Tu, che pur sei per sí lungo diretro e de la terra e di quest’aer fosco, quel che ’l tutto produci e ’l tutto allumi, d’ogni vita mortale eterno padre, qual conceputo hai nosco sí fiero sdegno, che gli usati lumi nascondi a quest’afflitta orbata madre? Sotto qual sei ponente oggi sommerso, ch’ai bel montar del ciel il giorno hai perso?

Smarrita, indica, mia tremante aurora, il tuo Sol, che sí bel pur dianzi hai visto partir da te, or scolorito e tristo morir tel vedi innanzi ad ora ad ora. Sarebbe mai tra’ nostri fiumi ancora caduto giú da le stelle Fetonte, che l’onorata fronte il sol a tutto ’l mondo oggi nasconde? Giá si ritornan fra l’amate fronde gli augei, ond’in su l’alba eran partiti. Stupido ogni nocchier ferma la nave; fermansi in mezzo i suoi campi i bifolchi, e ’n tutto sbigottiti, col viso al ciel, ognun s’arresta e pave, vedendo quasi al cominciar de’ solchi mancarsi il giorno, e trema in strano orrore, se questa è notte, oppur se ’l mondo muore. Tu che ’l bel volto, allor che l’aria imbruna, i tuoi pallidi raggi in questi chiostri, invece del fratel dal ciel ne mostri, regina de le stelle, alma mia luna, fra qual vai selva errando, oggi in quest’una del perso Apollo tuo sorte sí avversa; od in quai monti spersa fra armenti Endimion cerchi e fra i greggi? O con qual corso de l’eterne leggi tra ’l nostro globo e ’l sol l’aurate corna spandi, e fai d’esse agli occhi nostri un velo?

Ahi, figliuoi di Latona, un’altra Tebe, altra Niobe torna a farvi in nube giú scender dal cielo, contra piú altiero error, piú vana plebe; fosche alte ombre, aspro sdegno, e ’n strana tempra, se quest’in ciel con noi odio s’insempra! Ma insemprisi con voi, che da la rete de’ primi fondatori in tanto orgoglio sete venuti, che lá in Campidoglio voi stessi in terra dèi fatti v’avete; voi vi cangiate il ciel, voi vel vendete, ponendo vostra sede in aquilone. Sol, tu n’hai ben ragione, se avvolto in nube giú dal ciel discendi; prendi pur l’arco, irato Cinzio, prendi! Questi sono i giganti e quest’è Flegra; qui monte Pelio Pindo alto sostiene! Ah ruina del ciel, Bariona antico! La gente mortal egra sen va con gli occhi chiusi, e colpe e pene... Or non piú... No... Io so ben quel ch’io dico. Intendami chi può, ché m’intend’io, S’altri non vuol veder, vedil tu, Iddio! Tu, che novellamente un simulacro di quell’altro Pompeio a quest’inferma madre, che non ha piú dove star ferma, colonna sei in quest’ordin suo sacro, odi gridar da lunge afflitto e macro lo sposo suo: — Uscite fuor del tempio, voi che vendete! Ahi, empio, che vendi le colombe, il tempio sgombra! — Odi quest’altra, cui vergogna ingombra d’esser scoperta; e grida: — O miei dolori! Negra e formosa fui; giunta è la sferza, perch’io nuda men vo, squallida e fosca! Spengansi sí alti errori, alta colonna mia, innanzi terza; l’aer, tu ’l vedi, e ’l mondo e ’l cielo infosca, ch’un de’ dui, qual si sia, altri ’l distingua; temo e forse il maggior lume s’estingua. —

Sacri colli, aere sacro, alte ruine, sacrati sassi, e voi, vie sacre antiche, s’aveste, come giá, le stelle amiche, uopo non v’era di temer tal fine; che non arian quell’anime divine che ’n voi nascean, cosí squarciato il manto de la donna, che tanto con martír s’inalzò, con sí bel sangue; di quella donna, cui d’intorno langue senza pastura il gregge, e ad altre belve, — Sol, tu nol vuoi veder — han dato in preda la bella vigna e le campagne e l’erbe; campagne aride, e selve di fieri lupi — or chi fia mai chi ’l creda? — fier aspri lupi, ché de le superbe scellerate crudel false vostre opre fuggito è ’l sol, o eterna notte il copre.