Italian poem
I. - Trissino. Parlerá della sua donna...
Amor, da che ’l ti piace che la mia lingua parle de la sola beltá del mio bel sole, questo anco a me non spiace, pur che tu vogli darle a tant’alto subietto alte parole, che, accompagnate o sole, possin andar volando per bocca de le genti e con soavi accenti mille belle virtú di lei narrando, faccian per ogni cuore nascer qualche disio di farle onore.
Sai ben che non poss’io parlarne per me stesso, ché la mia mente pur non la comprende; perché l’è come Iddio da tutto il mondo espresso, ma non inteso e sol se stesso intende. Il suo bel nome pende prima dal suo bel viso,
e dai celesti lumi pendeno i suoi costumi; tal che, scesa qua giú dal Paradiso, a tempo iniquo ed empio, fa di se stessa a se medesma esempio.
Quando che alli occhi miei prima costei s’offerse, come stella ch’appare a mezzo ’l giorno; stupido allor mi fei, perché la vista scerse cosa qua giú da fare il cielo adorno. Benedetto il soggiorno ch’io faccio in questa vita; ove, s’ebbi mai noia, tutta è conversa in gioia, vedendo al mondo una beltá compita; ne la quale io comprendo quell’ampie grazie che nel cielo attendo.
Poiché quell’armonia giú nel mio cuor discese, ch’uscío fra ’l mezzo di coralli e perle; dentr’all’anima mia cosí forte s’apprese che le note di lei mi par vederle, non che ’n l’orecchie averle. O fortunato padre, che seminò tal frutto, e tu che l’hai produtto, beata al mondo sopra ogni altra madre; e piú beata assai, se quel ch’io scorgo in lei vedesti mai.
Ancor dirò piú avante, pur che ’l mi sia creduto, ma chi nol crede possa il ver sentire; sotto le care piante piú volte aggio veduto l’erba lasciva a prova indi fiorire;
visto ho dove il ferire de’ suoi begli occhi arriva, in valle, in piaggia o in colle rider l’erbetta molle, e di mille color farsi ogni riva, l’aere chiarirsi e ’l vento fermarsi al suon di sue parole attento.
Ben sí come a rispetto de l’ampio ciel stellato la terra è nulla o veramente centro; cosí del mio concetto quello c’aggio fuor mandato, è proprio nulla a par di quel ch’i’ ho dentro. Veggio ben ch’i’ non entro nel mar largo e profondo di sue infinite lode; ché l’animo non gode gir tanto inanti, ché paventa il fondo; però lungo le rive va raccogliendo ciò che parla o scrive.
So, Canzonetta mia, ch’arai vergogna gir cosí nuda fuore; ma vanne pur, poiché ti manda Amore.
More by Ludovico Ariosto
- I. - Loda le chiome, la fronte, le...
- I. - Perché Fortuna, non vuoi che io...
- I. - Piange i capelli recisi alla sua...
- I. - Pregato dalla sua donna, descrive...
- II. - Amanio?. Perché Dio, l'Italia è...
- II. - Contento son che 'l cor m'abbiate tolto
- II. - Desideroso di conformarsi ai...
- II. - Egloga Pastorale - Lamento di...