Italian poem
XXXVII. - In morte dell'amico e cugino...
Lassi, piangiamo, oimè! ché l’empia Morte n’ha crudelmente svelta una piú santa, una piú amica, una piú dolce pianta che mai nascesse, ahi nostra trista sorte! Ahi! del ciel dure leggi, inique e torte per cui sí verde in sul fiorir si schianta sí gentil ramo; e ben preda altra e tanta non rest’all’ore sí fugaci e corte. Or poi che ’l nostro secretario antico in cielo ha l’alma e le membra sotterra, Morte, io non temo piú le tue fere arme. Per costui m’era ’l viver fatto amico, per costui sol temeo l’aspra tua guerra; or che tolto me l’hai, che puo’ tu farme?